Vecchio a chi?

La vecchiaia non è una malattia. È uno stadio della vita, una condizione che un tempo coincideva con il periodo della pensione. Oggi, che di pensione si parla come un miraggio, la terza età, o forse la quarta, può essere affrontata e vissuta con pienezza, conservando fisico e cervello in salute. E la migliore cura pare proprio essere l’ottimismo unito alle buone relazioni e a una giusta dose di attività fisica.

L’attività fisica… in compagnia

Mens sana in corpore sano. Ma dopo i sessant’anni qualche acciacco si sente e si fa notare: mal di schiena, rigidità, fatica a riprendere la mobilità al mattino, dolori diffusi. Un buon rimedio può essere intraprendere con regolarità pratiche sportive dolci. Corsi di ginnastica antalgica, yoga, tai chi possono ridonare sollievo alle articolazioni, ma anche all’umore. Recenti studi hanno messo in evidenza come una costante attività fisica, già in 3 mesi, possa restituire elasticità e buon umore. L’esercizio infatti stimola la produzione di nuove cellule staminali nell’ippocampo e aumenta la presenza di alcuni neurotrasmettitori come la serotonina, la noradrenalina e la dopamina.

Un cervello sempre in forma

Sono recenti gli studi sulla plasticità del cervello, cioè sulla capacità del nostro “centro di controllo” di reagire agli stimoli fisici, psicologici ed emotivi provenienti dal mondo esterno modificando la sua struttura e la sua funzionalità. Uno studio di Eleanor Maguire dell’University College di Londra sui tassisti londinesi ha dimostrato che, dovendo imparare a memoria 25.000 strade della metropoli inglese, in anni di addestramento l’area posteriore dell’ippocampo, deputata alla memoria spaziale, si era notevolmente sviluppata. Pare infine siano proprio la formazione di nuove cellule nervose (neurogenesi) nell’ippocampo e la creazione di nuove connessioni neuronali a conservare il cervello in salute anche in età avanzata.

A tutto questo si aggiunge la saggezza… Le persone più mature sono anche quelle che reagiscono meglio ai contraccolpi della vita per effetto della resilienza: la capacità di resistere e superare un evento negativo grazie a qualità come flessibilità, solidità, elasticità. E una ragione potrebbe essere la capacità di usare con maggior equilibrio entrambi gli emisferi cerebrali, unita alla possibilità di coltivare con impegno e curiosità sempre viva i propri interessi o cimentarsi in nuove esperienze.

L’ottimismo e la comunicazione

L’ottimismo non è innato. È una disposizione psicologica che si può apprendere nel corso dell’esistenza, elaborando esperienze in modo positivo e imparando a dialogare con se stessi. Secondo Martin Seligman, padre della psicologia positiva e autore tra gli altri de Imparare l’ottimismo, Ed. Giunti, “Gli ottimisti tendono a interpretare i propri problemi come transitori, controllabili e circoscritti a un’unica situazione. I pessimisti, invece, ritengono che i loro problemi siano permanenti, incontrollabili e inficino tutta la loro vita.”

Una buona palestra può essere ridere. La risata riduce l’ansia e allenta lo stress, oltre a mettere in moto una serie infinita di muscoli e ad accelerare il flusso del sangue al cervello, ossigenandolo.

Insieme alla risata, la comunicazione – il saper stare bene con gli altri – diventa un alleato importante. Talvolta le persone più anziane possono risultare pedanti e prolisse. A loro piace raccontare, ricordare il passato e qualche volta insegnare. Potrebbe allora rappresentare una sfida per non cedere a questo atteggiamento allenare la capacità di sintesi, cercando nella memoria le parole giuste per dare un’emozione.

L’equilibrio anche nella solitudine

La persona anziana impara nel corso dell’esistenza a riconoscere la relatività, rispetto ai diversi punti di vista, alla molteplicità delle esperienze, alle possibilità di soluzione. Ed è questo atteggiamento a venire in aiuto quando si perde la persona amata con cui si è condivisa una vita o un amico fraterno. In questi momenti la percezione di precarietà si fa più forte. Allora conservare i legami con le persone care, con la propria casa e il proprio ambiente, aiutare i figli e accudire i nipoti, diventano un magico antidoto al senso di solitudine. D’altra parte imparare a stare soli, inteso come capacità di bastare a se stessi, è anche questa una dimensione che si apprende, sviluppando una sorta di autosufficienza emotiva.

La vecchiaia è una risorsa, è l’occasione per reinventarsi in una società liquida che mal accoglie la lentezza, la verbosità e l’inefficienza. Esercizio fisico, buona compagnia, sano ottimismo possono restituire una vita soddisfacente e sempre piena. Anche la tecnologia oggi ci viene in aiuto, costruendo ponti e annullando distanze. E allora cominciate a pensare a tutte le cose che non avete ancora fatto, annotatele in un taccuino e conservatelo fino al giorno in cui potrete dire: “Finalmente, vado in pensione!”.

 

di Redazione Family Health

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