La mia vita da zucchina: quando l’unione fa (e dà) la forza

Un film di Claude Barras. Con Gaspard Schlatter, Sixtine Murat, Paulin Jaccoud, Michel Vuillermoz, Raul Ribera.  Titolo originale Ma vie de courgette. Animazione,  Ratings: Kids+13, durata 66 min. – Svizzera, Francia 2016.  Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13

 

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Trama

Icaro vive con una mamma alcolista. Guarda il cielo dalla finestra e fa volare verso l’alto il suo aquilone su cui ha disegnato il volto del padre. Un papà di cui non sappiamo nulla. Che lo ha lasciato solo e sperduto. Così la sua  è diventata una vita da Zucchina. Questo è il nome con cui la mamma lo chiama. E questa è l’identità che Icaro percepisce per sé. Lui non si sente Icaro, mentre è a suo agio quando pensa a se stesso come Zucchina. Un pomeriggio, in un incidente domestico – di cui lui è accidentalmente responsabile – muore la mamma. Zucchina viene portato in un istituto per bambini abbandonati e qui incontra altri bambini che come lui hanno costruito la loro infanzia sulle macerie dell’incapacità degli adulti di riferimento di saperli accudire, proteggere e amare. Ci sono Simon, Ahmed, Jujube, Alice e Béatrice: i loro genitori sono carcerati, abusanti, profughi reimpatriati nella terra d’origine. E in quell’istituto sono accolti i loro figli, con le cicatrici sul cuore e nell’anima, ma anche con la capacità di guardare al senso del proprio essere al mondo. Insieme, facendo leva sulla forza del gruppo, questi bambini riescono a trasformare un incontro collettivo voluto dal destino in un’occasione di solidarietà e resilienza. Nella vita in comunità ciascun bambino impara tutto: la regolarità di una routine fatta delle piccole cose della quotidianità. Mangiare insieme ad orari fissi, andare a dormire ricevendo il bacio della buonanotte, frequentare la scuola avendo a disposizione un adulto paziente che stimola al successo e sa accogliere l’errore. Nelle primissime scene del film ambientate nell’istituto, il regista ci fa immaginare l’altra trama possibile che la storia avrebbe potuto avere: vicende esistenziali così dolorose potrebbero, infatti, incontrarsi e scontrarsi generando il caos, trasformandosi in occasione di prevaricazione sull’altro, soprattutto sull’ultimo arrivato e su quello percepito più debole, innescando una sequenza di fatti di bullismo senza fine. E’ questo  il pericolo che incombe su un gruppo di bambini su cui vita e destino hanno infierito con i loro colpi peggiori. Ma c’è intorno a loro, a dirigere questa scuola per bambini senza famiglia, un nucleo di adulti che sa il fatto suo. La storia ci mostra questi adulti in modo quasi distante e congelato. Quasi come se non fossero veramente interessati al destino dei piccoli loro affidati. E invece, scena dopo scena, ci rendiamo conto che questi sono adulti che parlano poco e agiscono molto, che hanno una visione dall’alto di tutto ciò che succede. Che sanno cosa vuol dire aiutare un bambino che ha bisogno. Ed è grazie a questo spazio “contenitore” di emozioni ed affetti, che i bambini si trasformano da soggetti soli e disperati a gruppo che si dà forza e permette a ciascuno di fiorire. E’ grazie ad adulti che educano, curano e amano che Zucchina comincia a credere che nella vita c’è un posto anche per lui. Anche se sua madre è morta e il suo papà non sa chi è. Un’ intensa vitalità è poi portata dall’arrivo di Camille, la cui mamma è stata uccisa dal padre proprio di fronte ai suoi occhi. Anche per lei il potere congelante del trauma verrà superato dall’incontro con  bambini che come lei si sono trovati soli e vulnerabili. La lotta per salvare Camille dai propositi crudeli di una zia che vuole “impossessarsene” soltanto per usufruire del contributo economico che la bambina le permetterà di avere, diventa la lotta che tutto il gruppo fa per salvaguardare il proprio futuro, la propria speranza in una vita migliore.

Cosa ci insegna questo film

E’ in questo “pensiero collettivo” orientato a costruire, laddove la vita ha distrutto, che la forza positiva di questi bambini così speciali rapisce il cuore degli spettatori e non può lasciare gli adulti indifferenti. Si prova empatia per ogni bambino e per la sua vicenda. Il regista rallenta tutto, parole ed azioni per mostrarci i fatti con la percezione che i bambini stessi ne hanno. Questo è un film che può spiazzare, turbare, colpire, agli antipodi del concetto di “politicamente corretto”: eppure è un film che tocca il cuore e muove l’anima di ogni spettatore che ha a cuore i diritti dei bambini.

Il film propone la situazione che accomuna molti minori: ovvero quella dell’accoglienza in strutture educative e/o  terapeutiche dopo che il Tribunale dei Minori ne ha disposto l’allontanamento del nucleo famigliare d’appartenenza per le più svariate ragioni. Chi ha un’attività clinica riconoscerà nei bambini protagonisti le dinamiche che connotano le esistenze di minori toccati  da  eventi traumatici. Chi è stato, è o vuole essere genitore affidatario troverà in questo film la chiave d’accesso che permette agli adulti che si affiancano per un “tratto di vita” a bambini di cui non sono genitori di stare a loro vicini permettondone la crescita e la riconquista della fiducia negli altri e nelle relazioni attraverso una prossimità che accudisce senza “strafare”. Come ben insegna la teoria dell’attaccamento, chi ha una ferita nelle relazioni primarie deve essere amato e curato, ma non “invaso” dal bisogno di amare della persona che gli si mette a fianco. Lo stile, apparentemente un po’ freddo ma coinvolto, di ogni adulto che ha funzione educative nella struttura che accoglie Zucchina, fornisce il codice che ci fa comprendere che cosa davvero significa stare a fianco di qualcuno, stare con lui e per lui, sapendone però rispettare i bisogni di confine e intimità.

Il messaggio del film

La vita accade. A volte accade in modo terribile. Ma con le persone giuste al proprio fianco, anche un evento avverso e terribile può essere superato. E a volte ciò che sembra un limite o un ostacolo si trasforma in opportunità.

Le domande per riflettere dopo la visione del film

Zucchina e Camilla: due bambini in balia di esistenze colme di fatica e disagio. Ma al tempo stesso capaci di darsi forza e di superare le avversità. Quali sono i tratti di questi due bambini che vi hanno colpito, commosso, stupito?

Come valutate lo stile educativo degli adulti che operano e lavorano nell’istituto che accoglie i bambini? Che cosa avreste fatto voi – al posto loro -di differente? Quale credete debba essere lo stile educativo che “salva” un bambino che si trova a vivere una situazione così complessa come quella dei minori ospitati nell’istituto in cui viene accolto Zucchina?

Ci sono nel vostro quartiere, scuola, cortile, famiglia bambini che hanno vissuto esperienze traumatiche nella prima parte della propria vita? Credete che abbiano ricevuto l’aiuto adeguato per potervi far fronte? Come facilitate l’incontro tra questi bambini e gli altri bambini per permettere loro di sentire che appartengono ad un gruppo che può aiutarli a coltivare resilienza, pensiero collettivo positivo e speranza nella vita e nel futuro?

 

di Alberto Pellai

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