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Diventare papà: perchè i padri sono importanti? Emozioni e funzioni protettive dei padri

25 ottobre 2017

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di Alberto Pellai, psicoterapeuta

Da uomo a padre

Un uomo che decide di avere un figlio si dispone ad attraversare una zona di definitiva trasformazione della propria identità. Il giorno in cui vedrà nascere il proprio bambino sarà anche il giorno in cui quell’uomo vedrà nascere un “nuovo se stesso”.  La fatica mentale ed emotiva che un uomo deve affrontare nel momento in cui si confronta con la possibilità di una paternità è notevole: nessuna altra sfida della vita comporta le stesse implicazioni psicologiche. Nel momento in cui un uomo scopre che diventerà padre, comincia per lui un percorso dove tutto è imprevedibile, sconosciuto, misterioso. Alcuni uomini si sentono impauriti da questo passaggio perché lo vivono come un’interruzione del proprio ciclo di vita, qualcosa che si frappone tra ciò che è stato conquistato fino a quel momento della propria esistenza e qualcosa che ancora deve venire e di cui non si conoscono caratteristiche, implicazioni e  punti cardinali.

Si sa ciò che si rischia di perdere (la posizione e la stabilità professionale – spesso conquistati in molti anni di duro studio e carriera –  e la libertà di usare il tempo libero a proprio vantaggio e piacimento) e non si conosce bene quello che invece questa esperienza porterà nella propria vita. I futuri papà dovrebbero essere aiutati a comprendere e a credere che diventare padre non rappresenta un pericolo per la propria vita: ciò nonostante molti lo percepiscono come tale.
E ciò che colpisce maggiormente è che quasi nessun uomo riesce davvero a raccontare e parlare di tutto questo con qualcuno.

Che cosa succede nel mondo interno di un uomo che diventa padre?

Ci sono poche ricerche che hanno studiato cosa accade nel mondo interno di un uomo che sta per diventare padre. A fronte di tantissimi studi che hanno indagato le emozioni delle mamme e che hanno permesso di sapere moltissime cose di un fenomeno che fino a pochi anni fa era considerato un vero tabù, ovvero la depressione post-partum materna, poco invece è stato fatto per conoscere cosa succede nel mondo interno di un uomo che affronta l’evento “nascita”. Solo da pochissimo, così, si è cominciato anche a parlare di depressione post-partum dei papà attestandone la prevalenza intorno al 5-10%  della popolazione. Si è così visto che nel gruppo dei neopadri, almeno 1 su 20 (ma in alcune ricerche addirittua 1 su 10) presenta sintomi depressivi. Si tratta di ricerche di notevole rilevanza scientifica perché basate su campioni costituiti da migliaia di famiglie, campioni rappresentativi che hanno perciò fornito la prova,  per la prima volta, della significatività dell’evento depressivo nella popolazione dei padri, la cui condizione sintomatologica (parimenti all’equivalente status materno) si rivela correlata a pratiche di accudimento e di interazione genitore – neonato più scadenti (sono state valutate abitudini quali cantare canzoni, raccontare storie e leggere al bambino).  Altri studi hanno rivelato che la depressione paterna nel periodo post-natale è associata con disturbi emotivi e comportamentali che il bambino manifesta all’età di 3 anni e mezzo, con particolare evidenza di disturbi della condotta nei figli maschi. Ora perciò siamo in grado di affermare e di sapere che la depressione paterna, al pari di quella materna, gioca un ruolo specifico e persistente nella genesi precoce di problemi comportamentali e di sviluppo emotivo nei bambini.

A cosa serva un papà

Ma se i dati sulla depressione post-partum dei padri sono ancora pochi e relativamente recenti, abbiamo invece una mole significativa di studi che ha indagato e provato con certezza che il ruolo dei papà è di importanza fondamentale per il successo evolutivo di un figlio, nell’arco di tutto il percorso di crescita dello stesso. Negli ultimi due decenni si è sempre più sentito nominare il fenomeno dell’assenza paterna e ad esso è stata frequentemente imputata una notevole quantità di problemi di sviluppo manifestati dai soggetti in età evolutiva, soprattutto nell’ingresso in adolescenza. Ma non è solo in questa fase critica dell’età evolutiva che un padre svolge e assolve le proprie funzioni protettive. Sin dai primi giorni di vita, infatti,  il papà ha la funzione di “collocarsi” al centro della relazione madre-figlio, riducendo il rischio di eccesso di simbiosi e invischiamento nella loro relazione e permettendo al bambino di godere appieno dell’amore e della protezione che riceve all’interno dell’abbraccio materno, senza però rimanerne intrappolato. Non va sottovalutato, inoltre, il ruolo giocato dal padre nella fase precoce della vita del proprio figlio: un papà coinvolto sin dai primi giorni, infatti, diventa “base sicura” e sostegno emotivo per la propria compagna, che ne ricaverà un senso di sicurezza e protezione e riuscirà ad auto-regolare meglio i propri sbalzi emotivi e la percezione di ansia e di angoscia, fenomeni frequenti nelle prime settimane dopo il parto, fortemente  sollecitati anche dagli intensi squilibri ormonali che accompagnano biologicamente questa fase di vita della donna. E’ per  questo che sostenere la funzione paterna sin dai momenti più precoci significa sostenere l’intero nucleo famigliare e fornire al bambino tutti quei fattori di protezione che rappresentano una buona garanzia a tutela del suo percorso di crescita.

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