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Diventare papà. Il lavoro: a volte un alibi, a volte un ostacolo per vivere appieno la relazione con un figlio

12 dicembre 2017

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di Alberto Pellai, psicoterapeuta

Il mondo è pieno di uomini che hanno costruito la loro identità intorno alla professione di cui sono protagonisti. Succede di frequente che quando un uomo si presenta ad uno sconosciuto dica di sé, oltre al nome e al cognome, la professione. Per le donne è differente: spesso la presentazione di sé ad uno sconosciuto implica la descrizione dettagliata di elementi che connotano la propria vita privata. Stato coniugale, numero di figli sono nel mondo femminile aspetti di costruzione e definizione dell’identità personale tanto importanti, quanto quelli professionali.

Ruolo sociale e ruolo privato

Di generazione in generazione, gli uomini tendono a definire il valore associato al proprio genere in funzione del ruolo sociale e professionale svolto ed eventualmente del guadagno che ne deriva. Ogni uomo tende prima di tutto a percepirsi adeguato e competente sul proprio luogo di lavoro. Non altrettanto importante viene considerato il proprio ruolo all’interno delle relazioni intime e familiari e le proprie funzioni in ambito domestico. Fino agli anni ’60 il “fuori”, il mondo esterno era il luogo dove gli uomini trascorrevano la gran parte del proprio tempo. Il ritorno a casa era vincolato soprattutto agli orari dei pasti e al riposo. La rivoluzione di ruoli e funzioni nella società e nella famiglia conseguente ai movimenti giovanili e femministi che a partire dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso ha comportato profonde trasformazioni anche rispetto alle aspettative nei confronti degli uomini e del ruolo nella coppia e nella famiglia ha portato ad una radicale trasformazione di ciò che gli uomini fanno e sono nel privato. Il concetto di pari opportunità è stato rivendicato dalle donne sia rispetto ai propri diritti in ambito professionale sia in relazione ai compiti e ai doveri da condividere in casa e famiglia. E’ così che gli uomini hanno cominciato a farsi carico e prendersi a cuore compiti che le generazioni dei loro padri e nonni avevano invece disdegnato o nelle quali non si erano minimamente coinvolti.

I nuovi papà

E’ negli anni ’70 che si vedono i primi papà che portano a passeggio il proprio bambino magari tenendolo al petto con l’ausilio di un marsupio o spingendolo, comodamente adagiato su un passeggino. Cambio del pannolino, preparazione della pappa, addormentamento notturno e relativo risveglio nel cuore del buio quando il bambino piange: compiti prima assolti esclusivamente solo dalle mamme sono diventate per molti papà una routine della loro quotidianità. E’ successo a molti uomini, non a tutti. La disparità di ruoli e funzioni tra uomo  e donna, nonostante anni e anni di lotta e lavoro politico per i diritti e la tutela delle donne, rimane ad oggi ancora evidente sia nei luoghi di lavoro, sia nella società civile, sia naturalmente anche in famiglia. Per molti uomini il lavoro rimane un “luogo” nel quale immergersi, a volte addirittura rifugiarsi, anche dopo la nascita del proprio figlio.

L’alibi del lavoro

Succede di frequente che dopo la nascita del proprio neonato un uomo, paradossalmente, aumenti il tempo trascorso sul luogo di lavoro piuttosto che ridurlo per stare vicino al proprio bambino (condizione tra l’altro che facilita la costruzione di una relazione di attaccamento tra padre e figlio). Spesso l’aumento del lavoro espletato viene giustificato dal dato oggettivo dell’aumento delle spese da affrontare dopo la nascita del figlio, evento che lascia un segno significativo sul bilancio familiare. Lavorando con i papà, mi sono reso conto però che spesso il lavoro rappresenta un alibi che l’uomo utilizza perché quella posizione di vicinanza e prossimità con il proprio bambino lo porta spesso a sentirsi inadeguato. Per esempio, per molti papà tenere in braccio il proprio bambino che piange rappresenta un’esperienza “faticosa” sul piano emotivo. Quel pianto sollecita dentro di loro la necessità di trovare una risposta efficace che tranquillizzi il bambino, ma spesso quella risposta non è facile da trovare. Il bimbo così piange più forte e il papà entra in uno stato d’ansia che fatica a placare.  A sua volta, il bambino, percependo l’attivazione emotiva ansiosa  dell’adulto che lo deve calmare, si agita ancora di più e il ciclo di eteroregolazione che l’adulto dovrebbe promuovere nel neonato si rende sempre più difficile da attuare. I papà fanno a volte anche molta fatica a muovere le proprie mani sul corpo del bambino, almeno nei primi giorni. Quasi tutti i papà di oggi sono figli di padri che li hanno “toccati” e coccolati poco. Il contatto fisico infatti, non appartiene, nella nostra cultura, al genere maschile. Coccolare troppo un bimbo piccolo, soprattutto se maschio, viene da molti definita come attività che lo renderà un pappamolle e non è raro sentire un nonno che dichiara dopo la nascita del proprio nipote che  “non lo prende in braccio perché ha paura di fargli male”.

La conciliazione famiglia-lavoro per i papà

E’ importante che gli uomini vengano aiutati a non spaventarsi di fronte a questi primi passaggi di interazione e relazione emotiva che vivono a fianco del proprio bambino. Di fronte ad un neonato, specie se primogenito, siamo tutti dei principianti. Ma imparare è facile e basta affidarsi alla relazione con lui. Tra l’altro, la ricerca rivela spesso che creare una distanza tra sé e il proprio bambino nelle prime settimane di vita porta più frequentemente a mantenere quella distanza per il tempo della crescita del proprio figlio. Se c’è una cosa di cui spesso i figli sentono la mancanza è la presenza costante e coinvolta del proprio papà nella loro vita. “Il mio papà lavora sempre”: è una frase che spesso dicono i bambini e che racchiude un disagio non indifferente. Trovare un equilibrio tra vita privata e vita professionale: il tema della conciliazione che è quasi sempre declinato al “femminile”, in relazione ai bisogni delle donne lavoratrice che diventano mamme, riguarda anche noi uomini. E’ un aspetto di cui dobbiamo diventare consapevoli e che dobbiamo imparare a gestire una volta diventati genitori, soprattutto nei primi tempi di vita di nostro figlio, perché quelli rappresentano un periodo cruciale per la costruzione della relazione con lui. E anche perché, costruita bene una relazione nella fase precoce della vita di un figlio, essa con maggiori probabilità si manterrà valida ed efficace per tutto il tempo della sua crescita.

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