E non dite niente voi?

Di Alberto Pellai, psicoterapeuta

Keaton Jones è un preadolescente di 11 anni. I compagni lo prendono in giro perché è brutto. In realtà, Keith, nato con un tumore, ha una lunga cicatrice sul viso, residuo degli interventi chirurgici con cui è stato curato. La madre ha girato un video in cui Keaton racconta il suo dolore, in quanto vittima di bullismo. Nelle ultime 48 ore, milioni di persone in tutto il mondo lo hanno visionato. Nel video, Keaton si chiede e ci chiede – a noi che lo osserviamo: “Mi prendono in giro, mi chiamano brutto, dicono che non ho amici. Perché trovano gioia nel prendere in giro persone innocenti ed essere cattivi con loro?”.

Poi lancia un invito a tutti quelli che vivono la sua condizione: “Le persone che sono diverse non hanno bisogno di essere criticate per questo, non è colpa loro. Se vi prendono in giro non fatevi abbattere. È difficile, ma forse un giorno andrà meglio.

Il video è un pugno nello stomaco per qualsiasi spettatore. Perche Keaton ci guarda negli occhi e parla non solo con le sue parole. Ma anche con il suo sguardo, le sue espressioni. Tutti percepiscono, nello spazio del suo breve video, quanto dolore abiti dentro questo ragazzo. Chi ascolta e guarda Keaton parlare, non può che non sentirsi, almeno in parte, corresponsabile. Il suo messaggio mi sembra rivolto – più che ai bulli che lo hanno fatto stare male – a tutti noi che siamo spesso spettatori di situazioni di prepotenza in cui qualcuno maltratta qualcun altro. E nessuno interviene.

“E non fate niente voi?”: è questa secondo me la domanda che Keaton lancia col suo video. La lancia non ai bulli che lo hanno maltrattato, ma a tutti gli altri. Quelli che hanno assistito ai suoi maltrattamenti e non hanno fatto niente per proteggerlo. Gli adulti che, spesso, di fronte alle prepotenze di un minore si mettono a ridere, alzano le spalle e commentano “Ragazzate, sono solo ragazzate. Le abbiamo fatte anche noi alla loro età”.

Io non ho paura di Gabriele Salvatores

“E non dite niente voi?” è la domanda che apre anche il film “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores, tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Una bambina, quasi preadolescente, viene resa soggetto di una penitenza, che in realtà non spetterebbe a lei. Il bullo le intima: “Ce la deve far vedere”. Lei prova a ribellarsi ma ne riceve in cambio un sonoro schiaffone. Allora in lacrime guarda tutti gli altri compagni e chiede: “E non dite niente voi?” A questo punto il regista, mentre lei comincia a sbottonarsi, fa una panoramica dei volti in primo piano dei bambini, mostrandoceli uno per uno. Solo il bullo ha lo sguardo trionfante. Gli altri sono tristi, impauriti, imbarazzati: si capisce che se dipendesse da loro, fermerebbero subito la penitenza che si sta consumando. Ma nessuno parla. Ciò che provano e che pensano, rimane chiuso nel loro silenzio. Finchè uno, Michele alza la mano e dice: “Sono arrivato io per ultimo. Tocca a me fare la penitenza”. Il bullo rimane sconcertato. Per la prima volta sente vacillare il suo potere prepotente.

E come genitori cosa possiamo fare?

Come genitori ed educatori dovremmo domandarci che cosa serve ai nostri figli e studenti perché anche loro, come Michele, sappiano riconoscere all’interno dei propri gruppi di appartenenza le situazioni in cui un bullo fa il prepotente con la “vittima designata”. E sappiano intervenire per cambiare il corso degli eventi. Proprio oggi la cronaca nazionale ci riferisce di un episodio terribile accaduto in una scuola di Cefalù. Un dodicenne è entrato in classe e di fronte a tutti ha minacciato di darsi fuoco. Non ne poteva più di tutte le vessazioni e gli atti di bullismo di cui era stato vittima. E stato fermato in tempo ed ora sono in corso le indagini per capire che cosa abbia portato a tanta disperazione. Noi adulti dovremmo pensarci su.

Perchè stiamo crescendo una generazione di ragazzi che sembra non provare empatia verso i bisogni di chi soffre o è vittima di prepotenze? Perché non ci accorgiamo più della sofferenza di Keaton o del ragazzo di Cefalù e per vederla abbiamo bisogno che siano loro a “sbattercela sotto gli occhi”, spesso in modo disfunzionale e traumatico? Ma soprattutto, da chi hanno imparato i bulli a credere che il potere ottenuto attraverso la prepotenza è una chiave di accesso immediato al successo e al controllo degli altri?

Solo riflettendo su queste domande, potremo davvero fare prevenzione del bullismo. Che non significa semplicemente sanzionare il bullo e cambiarne le azioni disfunzionali. Ma significa, prima di tutto, promuovere una vera cultura di rispetto dell’altro e di attenzione ai suoi bisogni.

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