Disabilità: una giornata per ricordare, una vita per cambiare

Disabilità. Si celebra il 3 dicembre da 36 anni, la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Istituita nell’Anno Internazionale delle Persone Disabili per diffondere la conoscenza dei temi legati a questa condizione è, soprattutto, un’occasione per promuovere l’inclusione a tutti i livelli della società. Eppure, a distanza di anni, molto resta ancora da fare.

 

 

Solo chi opera costantemente accanto ai bambini “speciali” e alle loro famiglie può restituire un’istantanea di un mondo che ha ancora bisogno di attenzione e di investimenti per cambiare. E se da un lato la scuola – quella degli ultimi anni, quella dei tagli e dell’austerity – ha perso risorse e disponibilità, dall’altro ha trovato nelle persone e nella collaborazione una straordinaria fonte di ricchezza.

Evelina Bolognini è docente, collaboratrice del Dirigente dell’Istituto Comprensivo Paolo e Larissa Pini di Milano, ha un diploma di specializzazione per le attività di sostegno e da anni segue bambini con disabilità nella primaria, con un sogno nel cassetto, tornare a insegnare nella scuola speciale prima della pensione. La ragione? Quando incontri un sorriso di questi bambini, lo porti con te nella vita. Ogni giorno.

Una lunga esperienza nella scuola le ha permesso di assistere a tutti gli sviluppi di questi anni, ma ha conservato la carica e l’entusiasmo del primo giorno, nonostante le difficoltà quotidiane.

“Un tempo la disabilità era qualcosa da nascondere”, ci spiega la dottoressa Bolognini, “da rimandare alle scuole speciali. Oggi queste scuole speciali – in Lombardia sono ventiquattro incluse quelle private, a Milano sono solo due – sono le uniche risorse per i ragazzi più gravi che possono frequentarle fino ai sedici anni, quando accedono ai CPA, i centri territoriali per le attività diurne”.

I numeri del Comprensivo di Gorla

Nella sua Scuola, in zona Gorla a Milano, arrivano ogni anno ragazzi con diversi gradi di disabilità, ma tutti vengono accolti nella loro unicità. “Abbiamo due primarie, una secondaria di primo grado e una speciale”, prosegue, “Seguiamo oltre 500 tra bambini e ragazzi e quelli che frequentano la cosiddetta Speciale, con certificazione di sostegno totale, sono 17. Questi alunni hanno bisogni speciali, necessitano di attrezzature e strumenti particolari, ma resto dell’idea che la relazione con gli altri bambini sia un valore aggiunto, per entrambi. Nella mia classe dove sono inseriti disabili, i bambini sono molto attenti ai bisogni non solo del bimbo in difficoltà ma anche verso tutti gli altri. Si crea proprio un’idea di classe, di famiglia: una sensibilità che viene poi trasferita in tutti i rapporti umani”.

L’integrazione è già qui

E infatti, a seconda della gravità, alcuni bambini vengono inseriti nella primaria e nella secondaria e, dove questo è impossibile, viene attivata una forma di gemellaggio che consente agli allievi della scuola speciale di svolgere alcune attività nelle classi “normali”. “Proprio in questi giorni abbiamo cominciato a prepararci per i canti di Natale e il dono più grande è stato avere in classe una bambina con disabilità motoria con sindrome di Lowe, o sindrome oculo-cerebro-renale. Nessuna limitazione l’ha fermata, mentre ascoltava la musica e si muoveva sulla sua carrozzina al ritmo della melodia. E gli altri bambini erano felici con lei. Quando posso ancora assistere a queste esperienze e lasciare a tutti un messaggio di accoglienza vero, sono convinta che… abbiamo vinto”.

Eppure le ore di sostegno che la “buona scuola” assegna sono sempre troppo poche, nel rapporto medio insegnante/alunno di 1 a 3. “L’apparato docente risponde alle esigenze contingenti nel migliore dei modi”, ci confessa, “ma il problema è a monte: da qui non arrivano le risorse necessarie”. Ed è una realtà che ci sono pochissimi insegnanti di sostegno con diploma di specializzazione. Arrivano talvolta supplenti dalle qualità straordinarie, ma il numero delle ore è ancora esiguo se si pensa che la media è di 18 ore sulle 40 di frequenza settimanale.

Il vissuto delle famiglie

E poi ci sono i genitori, che se, inizialmente, si sentono traditi e cercano in gruppo di dare voce alle necessità dei loro figli, poi si rassegnano e trovano con gli insegnanti una nuova forma di collaborazione per il loro bene più caro.

“Arrivano da noi con una certificazione di sostegno totale”, riprende Evelina, “e quando comprendono che la scuola non ha i mezzi e si vedono destinare solo 10 delle 22 ore previste per il sostegno del loro bambino… voi come reagireste? Il corpo docenti però è meraviglioso e le famiglie si accorgono dell’impegno quando vedono l’insegnante di alternativa che si dedica ai casi più gravi”.

E così la vera risorsa sono proprio loro: i bambini con bisogni speciali. Quando ti regalano uno sguardo curioso, quando ridono con gli occhi e agitano le mani per farti capire che sono felici. Quando accolgono prima di essere accolti e comprendono prima di conoscere, facilitando i rapporti e valorizzando le relazioni. Perché sono loro, proprio loro a regalare le emozioni più belle, quelle che i bambini cosiddetti normali e gli insegnanti porteranno nel mondo per tutta la vita.

di Redazione Family Health

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