Infezioni a trasmissione sessuale. Contro Clamidia e HPV, preservativo ed educazione sessuale

di Tiziana Azzani, giornalista

“Il preservativo? Non lo uso, tanto lei prende la pillola!” “Non ci serve, perché lui è l’uomo della mia vita”.

Ecco le motivazioni più frequenti che i giovani riportano per giustificare il mancato utilizzo del preservativo, totalmente ignari che il pericolo da scongiurare da un rapporto sessuale non protetto non è solo la gravidanza indesiderata, ma anche la trasmissione di alcune malattie anche molto gravi che possono lasciare esisti permanenti, come sterilità e addirittura la morte. Sono le infezioni a trasmissione sessuale (IST).

“L’unica malattia a trasmissione sessuale che i ragazzi conoscono è l’AIDS, ma non la temono, perché è percepita come una patologia cronica, con cui si può vivere e soprattutto è considerata come un problema legato alla trasgressione”, spiega Francesco De Seta, ginecologo dell’IRCCS materno infantile Burlo Garofalo di Trieste.

Tra le numerose patologie a trasmissione sessuale, sono soprattutto due i patogeni pericolosi per i giovanissimi: Papillomavirus e Clamidia.

Clamidia (Chlamydia Trachomatis)

La Clamidia (Chamydia) è un’infezione batterica, che attacca elettivamente le adolescenti tra i 12 e i 25 anni, probabilmente a causa dell’immaturità dell’apparato genitale e del sistema immunitario, e delle modificazioni ormonali in atto. L’incidenza di questa infezione è in rapido aumento negli ultimi e sfiora il 10% tra le giovanissime sessualmente attive.

COME SI MANIFESTA- E’ una malattia definita “silenziosa”; nel 50-75% dei casi l’infezione è totalmente asintomatica e nel soggetto sano può passare inosservata. E’ pertanto possibile entrare in contatto con il batterio, sviluppare l’infezione senza accorgersene. In realtà, “l’infezione non trattata non si risolve spontaneamente, e nell’arco di 12-16 mesi la Clamidia ritorna anche più volte, danneggiando silenziosamente l’apparato genitale”, spiega De Seta.

CONSEGUENZE- Dalla cervice (collo dell’utero) infatti il batterio risale l’utero fino a raggiungere le tube di Falloppio e le ovaie danneggiandole. Le conseguenze possono essere diverse: dolore pelvico cronico, malattia infiammatoria pelvica (PID) e sterilità. “Si tratta di danni d’organo ai quali non si può porre rimedio. L’unico modo per scongiurarli è poter trattare con antibiotico il più precocemente possibile la Clamidia in caso di contagio, e quindi poter fare diagnosi precoce”, sottolinea il ginecologo. Secondo studi recenti l’infezione cronica da Clamidia, inoltre, aumenta il rischio di sviluppare il tumore all’utero, favorendo l’insediamento del papilloma virus.

Diagnosi precoce con lo screening delle urine

Pe poter fare diagnosi precoce e impostare tempestivamente un eventuale trattamento antibiotico, alcuni Paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti hanno messo in atto un piano di screening clamidiale rivolto alle ragazze sessualmente attive di età compresa tra i 12 e i 25 anni. Lo screening si basa sulla ricerca di anticorpi anti-clamidia nelle urine.

In Italia, benché caldamente suggerito come prassi preventiva annuale dal Ministero della Salute, nel momento in cui scriviamo questo articolo lo screening per la Clamidia non è rimborsato dal Sistema Sanitario Nazionale.

Papillomavirus

L’HPV (Human Papilloma Virus) costituisce una famiglia composta da oltre cento varietà diverse di virus, distinguibili in base al livello di rischio.

I virus HPV a basso rischio, in forte aumento nell’ultimo decennio secondo l’ISS (150%), provocano lesioni benigne come verruche che colpiscono la cute e i condilomi (o papillomi) che interessano le mucose genitali e orali. Questo tipo di lesioni, nella maggior parte dei casi, hanno una regressione spontanea.

I virus HPV ad alto rischio, tra i quali i più noti sono i ceppi HPV16 e HPV18, sono responsabili di lesioni che possono evolvere lentamente verso una forma tumorale. Il tumore del collo dell’utero è quasi sempre correlato alla presenza di HPV.

Diagnosi precoce con il paptest

Il progetto donna del Ministero della Salute, raccomanda alle donne a partire dai 25 anni di eseguire il paptest per individuare precocemente i tumori del collo dell’utero o alterazioni che col passare degli anni potrebbero diventarlo. E’ un test semplice che si effettua nel corso della normale visita ginecologica e prevede il prelievo, attraverso una piccola spatola, di piccole quantità di muco rispettivamente dal collo dell’utero e dal canale cervicale. L’introduzione di questo test ha contribuito significativamente alla riduzione della mortalità per tumore del collo dell’utero, grazie alla diagnosi precoce.

Prevenzione primaria con il vaccino

“Contro il papillomavirus oggi possiamo fare prevenzione primaria, grazie al vaccino, che attualmente è in grado di proteggere dal 70% dei virus”, specifica De Seta. La vaccinazione in Italia è proposta gratuitamente su chiamata alle ragazze di 12-13 anni. Perché l’ideale è vaccinare le persone prima che queste possano entrare in contatto con il virus e quindi prima del primo rapporto sessuale, anche se alcuni studi hanno dimostrato un’efficacia del vaccino fino ai 25 anni.

“Purtroppo l’aderenza al vaccino è ancora bassa (60-70%) e ben lontana da quel 90% ideale che garantisce l’effetto gregge”, sottolinea De Seta, “La motivazione è da ricercare nel vuoto d’informazione lasciato dalle Istituzioni. Un vuoto che abbiamo il dovere di colmare, non solo sui vaccini, ma anche sull’educazione sessuale”.

Serve educazione sessuale

Al momento l’educazione sessuale è lasciata in mano alla famiglia e alla scuola, con iniziative a macchia di leopardo, non coordinate e spesso “schiacciate” o lasciata alla buona volontà a causa della mancanza di fondi. “Vado nelle scuole come volontario a fare formazione ai ragazzi e ai genitori. C’è davvero molto da lavorare, soprattutto perché l’età dell’attività sessuale sta diventando sempre più precoce. La maggior parte dei ragazzi ha il primo rapporto completo prima dei 17 anni, ma ignora i metodi contraccettivi (a parte la pillola in generale) e i vantaggi del preservativo, come prima strategia barriera contro le malattie a trasmissione sessuale”, conclude De Seta.

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