Sifilide congenita, cos’è e come proteggere il neonato

di Lina Bollani e Mauro Stronati, Presidente SIN

Ogni anno si ammalano di sifilide 12 milioni di persone e dopo l’Aids, questa malattia è al secondo posto in termini di mortalità tra le infezioni trasmissibili attraverso i contatti sessuali. Eppure, la sifilide è poco conosciuta e forse anche poco temuta dalle persone comuni, tanto da rimanere una malattia diffusa in tutto il mondo, e che riguarda tutti, non solo i Paesi più poveri. Forse pochi sanno che le conseguenze della sifilide si possono trasmettere anche al feto, se l’infezione viene contratta in gravidanza (sifilide congenita).

Come si trasmette la sifilide

La sifilide è una malattia infettiva causata dal batterio Treponema pallidum (TP), che si trasmette principalmente attraverso i contatti sessuali con una persona malata; questo batterio è infatti in grado di passare attraverso le mucose intatte o la cute danneggiata. Gli esseri umani sono gli unici ospiti naturali del Treponema pallidum.

Cosa succede se prendi la sifilide

PRIMO STADIO- SIFILIDE PRIMARIA

L’evoluzione della malattia, dopo il contagio prevede una prima fase generalmente senza sintomi. In assenza di cure, dopo circa 25 giorni di incubazione, nel punto di contatto compaiono una o più lesioni cutanee (sifiloma) che si presentano come una ulcerazione della pelle, generalmente non associata a dolore e prurito (sifilide primaria).

Le localizzazioni più comuni sono: nelle donne il collo dell’utero (il 44%), e il pene negli uomini.

SECONDO STADIO e LATENZA

Le lesioni della sifilide primaria scompaiono in 3-8 settimane. La malattia progredisce al secondo stadio in un tempo variabile da 6 a 12 settimane dalla data del contagio. Questo stadio (e le manifestazioni che lo caratterizzano) si completa nel giro di due anni, al termine dei quali la malattia entra in una fase di latenza non infettiva.

La sifilide può rimanere latente per il resto della vita del paziente, oppure può riattivarsi dopo anni o addirittura decenni  con la comparsa di lesioni gommose (15%), o di disordini cardiovascolari (10%), o neurologici (8%).

Cosa succede se non curi la sifilide

Il problema della sifilide, se non trattata, non riguarda solo l’insorgenza di patologie cardiovascolari e neurologiche della persona malata, ma anche il contagio di altre persone, compreso il feto durante la gravidanza.

La donna affetta da sifilide non trattata può infatti trasmettere l’infezione al feto in qualsiasi momento per via transplacentare durante le gravidanza oppure nel momento del parto in presenza di una lesione attiva lungo il canale vaginale.

Il rischio di infezione fetale da Treponema pallidum è tutt’altro che trascurabile; dipende dallo stadio della malattia materna, ma avviene nel 60-100% dei casi di sifilide primaria e secondaria. Non vi è evidenza di contagio con il latte materno, in assenza di lesioni cutanee sulla mammella della madre.

FATTORI CHE INFLUENZANO LA TRASMISSIONE MATERNO-FETALE

Due fattori influenza la trasmissione della sifilide da madre a figlio:

  • stadio della malattia materna: più la malattia è di vecchia data, minore è il rischio di contagio e minori sono gli effetti sul feto in caso di trasmissione.
  • età gestazionale al momento della trasmissione: se questa si verifica nel 1°-2° trimestre vi è un’alta incidenza di mortalità pre- e perinatale e la gravità dell’infezione fetale è tanto maggiore quanto più precoce è l’infezione; se invece il contagio avviene tardivamente (3° trimestre) la quasi totalità dei neonati è asintomatica alla nascita.

COME PREVENIRE LA TRASMISSIONE DELLA SIFILIDE DA MADRE A FIGLIO

Un adeguato trattamento durante la fase recente della malattia (sifilide primaria e secondaria) previene lo sviluppo delle lesioni della sifilide tardiva. Similmente l’identificazione e il trattamento delle forme latenti asintomatiche, permette di prevenire l’evoluzione in infezione attiva che altrimenti si sviluppa in circa un terzo dei casi.

Bisogna però precisare che, in generale, quando la madre è adeguatamente trattata, ossia la diagnosi è stata tempestiva e la terapia iniziata e proseguita correttamente, il rischio di trasmissione scende sotto il 2%.

Cosa succede al neonato contagiato da Treponema Pallidum (sifilide congenita)

Il neonato può manifestare alla nascita una malattia gravemente sintomatica caratterizzata da:

  • edema generalizzato,
  • secrezioni nasali abbondanti ricche di treponemi,
  • lesioni delle mucose e della cute,
  • eruzione cutanea maculopapulare,
  • lesioni dell’apparato scheletrico (ossee e cartilaginee),
  • ingrossamento dei linfonodi,
  • del fegato e della milza,
  • ittero,
  • alterazioni delle cellule del sangue (anemia da distruzione dei globuli rossi, riduzione del numero di piastrine).

Due neonati su 3 risulta asintomatico alla nascita, ma può presentare i suddetti segni e sintomi entro le prime 4-8 settimane di vita. Indipendentemente dalla presenza o meno di manifestazioni cliniche in epoca neonatale o nella prima infanzia, i soggetti infetti e non trattati possono sviluppare sintomi tardivi che generalmente si presentano dopo i due anni di età e coinvolgono il sistema nervoso centrale, la cute, l’apparato scheletrico, i denti e gli occhi.

Il parto pretermine e/o il basso peso alla nascita spesso sono le uniche manifestazioni aspecifiche della malattia in epoca neonatale.

Diagnosi

Lo screening sierologico della sifilide, effettuato con un test specifico per il treponema, è raccomandato in tutte le donne alla prima visita in gravidanza e poi alla fine.

La prevenzione e la diagnosi della sifilide del neonato dipendono dalla diagnosi e dal trattamento dell’infezione nella donna in gravidanza.

Per datare l’epoca di infezione e valutare se il trattamento eseguito prima o durante la gravidanza è stato adeguato è fondamentale che il medico esegua in modo accurato l’anamnesi materna, con una corretta interpretazione delle indagini sierologiche disponibili.

Quali test di laboratorio fare

Nella pratica clinica, la diagnosi di laboratorio della sifilide si basa sull’utilizzo dei test sierologici “non treponemici” e “treponemici”.

I test non treponemici sono utili come test di screening e per il monitoraggio dell’efficacia della terapia.

I test treponemici individuano gli anticorpi specifici nei confronti del batterio Treponema pallidum (TP). Dal momento che gli anticorpi IgM non attraversano la placenta, il riscontro nel sangue del neonato di IgM specifiche nei confronti del batterio TP è sufficiente per fare diagnosi di sifilide congenita. Le IgG, invece, sono anticorpi che passano attraverso la barriera placentare e pertanto la presenza di IgG anti-TP nel sangue del neonato non è necessariamente indicativa di sifilide congenita. Le IgG potrebbero infatti essere della madre con sifilide guarita e quindi non contagiosa. Tuttavia, livelli elevati di IgG anti-TP nel sangue neonatale di almeno quattro volte superiore rispetto a quella materna sono suggestivi di  sifilide congenita.

Quali accertamenti diagnostici fare

Il neonato infetto o supposto tale deve essere sottoposto ad accertamenti diagnostici laboratoristici e strumentali quali:

  • emocromo,
  • funzionalità epatica
  • enale,
  • rachicentesi,
  • radiografia delle ossa lunghe,
  • ecografia cerebrale,
  • esame del fondo oculare,
  • esame audiometrico.

I test sierologici treponemici e non treponemici e i risultati devono essere confrontati con quelli della madre eseguiti, possibilmente, presso lo stesso laboratorio.

Trattamento della sifilide in gravidanza

L’antibiotico di scelta per il trattamento della sifilide, in qualsiasi stadio della malattia, è la penicillina G per via parenterale. La penicillina G è l’unico farmaco con documentata efficacia nella terapia dell’infezione in gravidanza.

In caso di infezione in gravidanza, la terapia con penicillina deve essere intrapresa immediatamente, ovviamente sotto consiglio medico. Il trattamento tempestivo infatti, abolisce virtualmente il rischio di trasmissione verticale (madre-figlio) anche quando si tratta di una infezione dell’ultima fase della gravidanza. In questo caso però l’intervallo tra l’inizio della terapia e il parto deve essere maggiore di 4 settimane.

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