Diventare papà. l’analfabetismo emotivo degli uomini: perchè a volte è così difficile sentirsi padri

Nasce un figlio e noi uomini diventiamo padri. Nostro figlio avrà il nostro cognome, sarà per sempre un “pezzo di noi”. La trasformazione più importante della e nella nostra vita è lì, davanti ai nostri occhi e nelle nostre mani. Ma diventare padre è molto diverso che “sentirsi padre”. Se le due espressioni fossero equivalenti non esisterebbero frasi come “padri assenti” oppure “padri latitanti”. E molti tra noi non avrebbero nella propria memoria emotiva il ricordo di una relazione col padre connotata da tratti di profonda anaffettività, e mancanza di empatia.

 

Succede spesso, nella stanza del terapeuta, che uomini e donne ricordando e cercando di definire la relazione che hanno intrattenuto con il proprio padre si trovino in difficoltà a fornirne le adeguate connotazioni e colorazioni emotive. “Il mio papà mi ha insegnato il senso del dovere”; “Il mio papà mi ha testimoniato l’onestà e la dedizione”; “Il mio papà era un grande lavoratore”: tutte frasi che hanno a che fare con il ruolo sociale del papà, con la sua esperienza di lavoratore o professionista, ma che in realtà non rivelano nulla dell’esperienza di intimità e vicinanza profonda tra un papà e il proprio bambino. E in effetti, per molti uomini e donne diventa difficile ricordare episodi specifici in cui il papà si è rivelato “emotivamente” coinvolto e vicino con il proprio piccolo. “Il mio papà non c’era mai alla mia festa di compleanno o alla festa di fine anno scolastico”, “Il mio papà non mi coccolava mai, perché diceva che le coccole sono cose da femminucce”.

Le emozioni al “maschile”

E’ incredibile costatare come nel mondo degli uomini l’accesso al riconoscimento e alla validazione del proprio mondo interiore e delle proprie emozione sia stato spesso inibito, per motivi spesso ascrivibili a “stereotipi di genere” che, per esempio, hanno reso difficile a molti maschi sentire di avere diritto a sperimentare, esprimere e condividere all’interno delle relazioni intime e significative due emozioni primarie come la tristezza e la paura.

La tristezza per gli uomini rappresenta un vero e proprio tabù. Essa è una delle sei emozioni primarie, insieme a paura, rabbia, disgusto, sorpresa e felicità. La tristezza è un’emozione che si esprime principalmente attraverso il pianto, che comunica a chi ci sta accanto il nostro sentirci affranti e in balia di un’emozione potente e incontrollabile che necessita di essere confortata e contenuta da chi ci vuole bene. Ma fin da piccoli, ai maschi viene insegnato che essere tristi e soprattutto piangere è qualcosa che non appartiene al loro genere. Le lacrime sono “cose da femmine” e “i veri uomini non piangono mai”. Certo è difficile non piangere al funerale del nonno oppure se la mamma è in ospedale e per una settimana non la potrai vedere, ma se sei maschio il messaggio che più frequentemente ricevi è: “Sii forte e non piangere per queste cose”. E’ in questo modo che gli uomini si allontanano da due esperienze emotive – come la tristezza e il pianto – che sono cruciali per entrare in modo adeguato nel ruolo e nelle funzioni paterne. Diventare genitori vuol dire infatti fare il conto anche con il tema della perdita e la relativa tristezza che ne deriva. Si perde lo status di “adulto libero”, si entra in un percorso che offre tante nuove risorse all’adulto diventato genitore, ma che impone anche molti confini e limiti.

Ri-conoscere la tristezza e le emozioni negative

Molte mamme e papà conoscono quel senso di isolamento e claustrofobia che a volte si accompagna alla meravigliosa felicità presente nell’esperienza genitoriale. Un figlio diventa anche l’esperienza del senso del limite, pone confini al proprio desiderio di libertà, impone regole ed orari che spesso l’adulto sperimenta per la prima volta nella propria esperienza di vita. Poter dare parola alla tristezza che si prova nel “perdere” un pezzo di sé per fare posto ad una nuova dimensione, quella genitoriale, che va a rendere nuova e complessa la propria identità è di importanza fondamentale. Tra l’altro, molti uomini, vivono l’ingresso nella paternità anche con il vissuto dell’esclusione: osservano l’esperienza di simbiosi e fusione che c’è tra la mamma e il bambino e se ne sentono tagliati fuori. Anche in questo caso, l’emozione potente che si attiva nel giovane padre è la tristezza, ma spesso, proprio perché con essa non ha famigliarità, trasforma questo disagio in qualcos’altro. Nascono così liti e incomprensioni tra uomo e donna, che mettono a serio rischio la tenuta della coppia affettiva.

Il fenomeno del “baby clash”, termine usato per definire la frequente rottura della coppia affettiva entro il terzo anno di vita del proprio primo figlio, con conseguente separazione tra i due coniugi, è spesso la conseguenza di questa incapacità dell’uomo ad entrare in sintonia profonda con le emozioni negative da cui si sente assalito – quando entra nel ruolo di padre – e che non sa come gestire. E così, qualcosa che può essere rimediato se viene raccontato e trasformato in parola, rimane nel non detto ed eventualmente comunicato con il codice della rabbia.

L’educazione emotiva dei neo-papà

Sostenere il ruolo e le funzioni paterne, vuol dire aiutare gli uomini che stanno per diventare padre ad avere un accesso sano con le proprie emozioni. Tristezza e paura compaiono sempre nel passaggio da uomo a padre. Si è tristi perché si perde un pezzo di sé e della propria libertà. Si ha paura perché quel bimbo piccolo e indifeso ha molti bisogni che occorre decifrare e affrontare, soddisfare e risolvere. E poiché quei bisogni vengono comunicati quasi sempre attraverso le lacrime e il pianto, elementi con cui gli uomini hanno pochissima famigliarità, il rischio che ne deriva è che spesso i neo-padri si sentano come degli analfabeti di fronte alle manifestazioni emotive dei propri bambini e non siano in grado di rispondere ai bisogni del proprio “cucciolo” perché stanno facendo una grande fatica, dentro di sé, a regolare e governare il turbine di emozioni da cui vengono assaliti in quel frangente.

Dare parola alle emozioni, educare alle emozioni i bambini fin dalla più tenera età affinchè il gap di genere che lascia i maschi spesso in difficoltà in questo ambito possa essere colmato rappresenta una delle priorità che devono essere affrontate per permettere, in futuro, a chi diventa padre di “sintonizzarsi” in modo intimo e profondo con il proprio bambino. Questa deve essere una priorità educativa per noi genitori del terzo millennio. Così come prioritario deve essere il sostegno emotivo da dare agli uomini che stanno per diventare padri, affinchè riescano a trasformare in parole, a condividere con le persone che amano e di cui si fidano, i molti cambiamenti interiori che vivono quando diventano genitori. Esistono molte esperienze di “percorso nascita” rivolte ai neo-padri connotate da una grande attenzione al mondo delle emozioni e alle trasformazioni profonde che segnano il passaggio da uomo a padre.

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