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Un sogno chiamato Florida – The Florida Project

Per crescere un bambino ci vuole un villaggio

di Alberto Pellai, psicoterapeuta

19 marzo 2018

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Regia di Sean Baker. Un film con Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera. Titolo originale: The Florida Project. Genere Drammatico – USA, 2017, durata 115 minuti. Uscita cinema giovedì 22 marzo 2018 distribuito da Cinema.

Trama

Vicino ai parchi di divertimento della Florida, in un luogo in cui tutte le famiglie “cosiddette normali” portano i loro figli a vivere giorni di svago e di vacanze che dovrebbero essere indimenticabili, vivono famiglie tutt’altro che “normali”, i cui figli devono crescere proprio come tutti gli altri bambini, ma che non hanno a disposizione nulla per fare sì che la loro crescita sia un percorso degno di questo nome.

Figli di madri spesso single, spesso abbandonate dai loro compagni, questi bambini si trovano a dormire in camere di motel che diventano le loro abitazioni, a nutrirsi di cibo spazzatura raccattato alla bene meglio. Hanno sempre in mano una lattina di qualche bibita gassata e zuccherata, guardano con i loro occhi spalancati il mondo in cui gli adulti li fanno crescere e non hanno speranza. Perché gli adulti stessi, che li hanno messi al mondo, sono di-sperati, ovvero adulti senza speranza, il cui obiettivo è sopravvivere alla giornata.

Ci sarebbe da pensare che questo è un film di denuncia, che rivela il degrado di un mondo dove l’infanzia non ha diritti e dove gli adulti dovrebbero avere doveri nei loro confronti, ma sono così sprovvisti di ogni “punto cardinale” che dia la direzione al loro percorso di vita, da non essere nemmeno in grado di domandarsi quale traiettoria quel percorso deve prendere.

Eppure in questo film non c’è solo la denuncia, che pure è straripante e a volte così sconvolgente da lasciarci quasi senza fiato. C’è anche la bellezza dell’infanzia. C’è la resilienza dei bambini. C’è il loro bisogno di trasformare in gioco ciò che gioco non è. E così un motel può diventare un magnifico parco giochi dove ci si rincorre e ci si coinvolge nel più bel gioco di nascondino che possa esistere. Così come una gelateria diventa un luogo in cui ogni giorno coltivare un piccolo sogno, fatto di un cono da condividere con chi ti sa stare a fianco.

The Florida Project ha la struttura del documentario, ovvero vuole documentare una vita “ai margini” di cui quasi tutti ignoriamo l’esistenza. Parla di un terzo mondo che è saldamente radicato all’interno di un mondo artificiale bellissimo che ha i colori dei parchi divertimento della Disney. Interpella noi adulti e ci pone domande cui è difficile dare risposte.

Com’è possibile che alle soglie del terzo millennio, in Florida, ovvero quello stato che tutti pensano come un vero e proprio paradiso da scegliere per i proprio giorni più belli, quelli delle vacanze, si possa vivere ancora nel modo in cui vivono i tre bambini protagonisti? Com’è possibile che Moonie, Scooty e Jancey facciano della strada la loro casa, debbano difendersi dai predatori sessuali che in questi luoghi si muovono come ragni pronti a tessere la loro tela intorno alle loro potenziali vittime, così poco protette da risultare avvicinabili in ogni momento della giornata? E com’è possibile che una società come quella americana abbia prodotto un mondo dove i bambini non sono soggetti da tutelare, da proteggere, da far crescere in modo sano, ma essere viventi nutriti col peggior cibo, abbandonati al loro destino, incapaci di essere asstiti da chi di loro si deve prendere cura?

Cosa ci insegna questo film

The Florida Project è un film che ti colpisce dritto al cuore. Forse, anche un po’ più giù: al centro dello stomaco. Come un pugno. Più di un pugno. Racconta la storia di 3 bambini, Moonie, Scooty e Jancey, che trascorrono le proprie giornata in una “non vita”, abitando un “non luogo”, cresciuti da genitori che sanno essere solo “non genitori”.

Il regista ci mostra un mondo che per noi europei sembra impensabile, ma al tempo stesso ci fa comprendere che i diritti dei bambini – e i nostri doveri nei loro confronti – sono un’utopia quando la legge del mercato diventa prioritaria rispetto alla legge della tutela e della garanzia dei più deboli, quando chi ha tutto presidia il proprio vantaggio sociale come se fosse un diritto inalienabile e chi non ha nulla rischia di rimanere soffocato dal vuoto che gli è stato creato attorno.

Perché in Florida Project, c’è proprio l’infanzia con i suoi sorrisi più belli, i suoi bisogni più veri, con quella sua capacità di creare gruppo e fare aggregazione anche quando nessuno sa stare dalla tua parte. C’è la resilienza che rende tutto sopportabile, c’è l’inversione dei ruoli che permette ad alcuni figli di diventare genitori dei loro stessi genitori, quando questi ultimi sono così immaturi e incapaci, da non sapersi fare carico delle proprie responsabilità.

E alla fine, chi esce da questo film ha dentro di sé un groviglio di emozioni quasi inestricabile. Si sente un po’ come l’unico attore noto presente in questa pellicola, lo straordinario William Dafoe che dal primo all’ultimo minuto si sente responsabile di tutto ciò che succede a quei tre bambini che hanno il suo motel come casa, pur non avendo alcuna responsabilità oggettiva nei loro confronti.

Lui è la figura che guarda quasi stranito tutto ciò che succede, che prova a contenere l’incontenibile, ad educare ciò che non sembra più educabile, a rimettere speranza laddove sembra esserci solo disperazione. E in questo mondo – abitato solo da donne abbandonate e da bambini senza guida che sono spaventosamente maldestri perché nessuno mai gli ha insegnato come si fa a non esserlo – la sua presenza ci richiama l’infinito bisogno di paternità che oggi pervade il mondo dell’infanzia. Non ci sono padri nelle loro vite. E il solo affetto che le mamme, single e disperate offrono ai propri figli, non può sostenerne la crescita, non può fare argine alle sollecitazioni che il mondo mette nel loro percorso di crescita in modo anarchico e non fase specifico.

Il messaggio del film

Per crescere un bambino ci vuole un villaggio. E quando quel villaggio viene a mancare i bambini provano a crescere, ma da soli non ce la possono fare. Una società davvero civile è quella che costruisce un “villaggio globale” dove i bambini e il loro potenziale di crescita non vengono venduti alla “legge del mercato”, ma sono tutelati e protetti, attenzionati e curati dalla legge e dalla società civile.

Le domande per riflettere dopo la visione del film

I bambini che vivono ai margini di Disney world, abitando misere stanze di motel, richiamano alla memoria i minori immigrati che vivono ai margini del nostro mondo, che lo guardano e a volte lo raggiungono facendo pericolosissimi viaggi sui barconi. Proprio come i tre piccoli protagonisti di questo film guardano il mondo “degli altri” da fuori, attraversando strade pericolose, ricevendo cibo fuori dalla porta di servizio dei ristoranti, elemosinando la propria sopravvivenza nei modi più impensabili.

  • Che similitudini ci mostra questo film tra i bambini migranti e i bambini che vivono nelle periferie del nostro mondo?
  • Che cosa rende un bambino “bambino” e che cosa rende un adulto “adulto”?
  • Cosa significa prendersi la responsabilità di crescere un figlio?
  • E che cosa succede se un adulto sa dare affetto ad un figlio, ma non sa farlo in modo responsabile?
  • Si può amare un figlio senza avere un progetto educativo, senza prendersi la responsabilità della sua crescita, della sua protezione, della sua sicurezza?

Per chi è consigliata la visione

Questo è un film rigorosamente per adulti. Non perché contiene scene inadeguate per i bambini. Bensì, perché le riflessioni che ci porta a fare, i pensieri che ci mette dentro al cuore e all’anima ci smuovono profondamente nelle nostre certezze. È un vero e proprio inno al bisogno di “genitorialità sociale” che oggi, tutti noi adulti, dobbiamo imparare a mettere in campo per il bene di tutti i bambini. Non solo dei nostri figli, ma anche dei figli di chi ci vive a fianco. E magari nemmeno ce ne siamo accorti.

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