Figli che si fanno male. L’autolesionismo in adolescenza, un problema nascosto

autolesionismo

di Maura Manca, psicologa e psicoterapeuta

L’autolesionismo rappresenta un fenomeno di indubbia rilevanza clinica e sociale, soprattutto per la sua gravità e considerevole diffusione nella popolazione adolescenziale, già a partire dagli 11-12 anni di età. Tali condotte autolesive sono l’espressione di un profondo stato di malessere e di disagio interiore che il ragazzo scarica sul proprio corpo attraverso attacchi intenzionali e ripetitivi troppo spesso non riconosciuti.

Autolesionismo: cos’è e quando compare

Le condotte autolesive, generalmente, compaiono intorno ai 12 e i 14 anni, durante la prima adolescenza. Con la parola autolesionismo si intende la volontà di farsi intenzionalmente del male, di attaccare parti del proprio corpo, senza però avere intenzione di suicidarsi. È importante sfatare il mito che l’autolesionismo non è una ricerca di attenzioni,  ma alla base c’è una profonda sofferenza, una difficoltà nel gestire le emozioni, un bisogno di essere riconosciuti, accolti ed accettati. Ci sono oggi delle challenge o sfide o giochi autolesivi che spesso gli adolescenti fanno, dove si fanno intenzionalmente del male, ma è un comportamento con una spinta interna e motivazione completamente diversa, da non confondere anche con i tentativi di suicidio. In effetti in questo campo c’è molta confusione e queste rende il problema ancora più grave perché viene riconosciuto tardi o non viene mai individuato o identificato come tale.

L’autolesionismo è un comportamento intenzionale, senza intento suicidario, di attacco a parti del proprio corpo. In genere le forme più comuni di farsi del male sono: il cutting, tagliarsi la pelle con lamette, forbici, coltelli o altri strumenti e il burning, bruciarsi con sigarette, accendini, fiammiferi. I tagli seguono delle specifiche linee studiate appositamente così da evitare il ricovero ospedaliero. I tagli vengono fatti in rigoroso segreto e le parti lesionate sono frequentemente nascoste da indumenti. Successivamente a questo preciso rituale, disinfettano e ripuliscono tutto il materiale utilizzato. L’estrema riservatezza che caratterizza gli autolesionisti fa sì che un genitore o un insegnante abbia una seria difficoltà a vedere il problema.

Esistono anche altre forme come: mordere parti del corpo, procurarsi dei graffi sul corpo, scarificarsi, rompersi le ossa o prendersi a pugni o sbattere la testa al muro, incidersi la pelle al fine di procurarsi cicatrici permanenti o interferire col processo di cicatrizzazione delle ferite sul corpo.

Cosa spinge un ragazzo a farsi del male?

Ci si chiede perché lo fanno, è un comportamento che un non addetto ai lavori ha difficoltà ad accettare e a comprendere. Oltre il 50% degli adolescenti autolesionisti dichiara che la motivazione che li spinge a farsi del male è la rabbia, il dolore interno e la sofferenza. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, il 26,5% mette in atto questo comportamento per scaricare le tensioni, rispetto al 3,3% per calmarsi e il 7% per punirsi. Si accusano di essere la causa dei loro problemi, di essere sbagliati e quindi punibili. Solo una minima percentuale lo fa per ricercare sensazioni forti o per sfida. Sono però adolescenti che hanno una struttura di personalità con tratti più di tipo antisociali e quindi, per loro, diventa una sfida per dimostrarsi che tollerano anche il dolore e che non sentono niente.

Spesso si prova tanta vergogna per il proprio comportamento e per i segni che si hanno sul corpo, per questo si cerca di nasconderli, di mantenere il proprio segreto, perché si ha paura di non essere compresi, di essere derisi e rifiutati. Per queste ragioni è un fenomeno ancora troppo sottostimato rispetto alla sua reale diffusione.

Autolesionismo e Rete

Purtroppo, in rete è possibile trovare una gamma di informazioni su queste condotte piuttosto ampia e approfondita. I ragazzi trovano dei veri e propri rifugi virtuali, informazioni che hanno la funzione di supporto, di condivisione delle proprie sofferenze ad altre di persone che non comprendono il malessere altrui, privi di una capacità empatica che hanno un sottofondo di scherno e di derisione. Ci sono siti e blog che arrivano addirittura ad incitare all’autolesionismo, ad esaltare la funzione di scarica che ha, mentre, altri, arrivano anche a ridicolizzare e prendere di mira chi si fa del male: prevaricazioni nella rete.

In questi spazi, come per l’anoressia e per la bulimia (siti pro ana e pro mia), si crede di trovare sempre una parola di conforto o qualcuno che ti comprende in qualsiasi ora del giorno e della notte. Purtroppo, queste comunità online, che non vengono rimosse, ma lasciate a disposizione dei ragazzi, danno solo un conforto apparente perché vanno solo a rinforzare la problematica, perché dall’altra parte non c’è una persona che in grado aiutare ad elaborare, sono altri ragazzi che stanno male e che strumentalizzano le situazioni e incitano a continuare a farlo. Si tratta di pagine, spesso con migliaia di seguaci in cui i ragazzi condividono il proprio male di vivere attraverso immagini di lamette sulla pelle, braccia insanguinate e messaggi di addio. A tali immagini si associano anche i racconti e le testimonianze dei protagonisti, carichi di rabbia e aggressività verso un mondo che non li comprende e non si interessa a loro.

I genitori, davanti a queste forme di autolesionismo dei figli, sperimentano una sensazione di forte impotenza e talvolta incredulità e troppo spesso non sono informati su quello che accade in rete e troppe volte sotto i loro occhi.

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