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Perché tanto adolescenti scattano come molle e non sanno gestire le proprie emozioni?

16 aprile 2018

4395 Views

di Maura Manca, psicologa e psicoterapeuta

Capita spesso che gli adolescenti agiscano in base all’impulso del momento senza un minimo di capacità riflessiva, soprattutto, in merito alle conseguenze delle proprie azioni. Si tratta solitamente di un percorso che parte da molto lontano, influenzato anche dall’ambiente in cui si vive e dall’educazione ricevuta.

 

 

I genitori devono pilotare la nave dei figli, poi devono insegnargli come si guida ed infine, devono scendere e lasciarli partire per il loro viaggio. Oggi si tende un po’ troppo a gestire la vita di un figlio, organizzargli gli spazi, le sue attività, il presente e il futuro. A volte ci si sostituisce, altre si spiana semplicemente la strada. Ciò che riscontro in terapia e nelle scuole dove lavoro in tanti adolescenti, è una profonda assenza di strumenti per affrontare efficacemente la vita, non intendo le condizioni estreme, ma la quotidianità, il confronto con se stessi e con gli altri, gli incontri e scontri, le relazioni, gli “stress” quotidiani. Una scarsa tolleranza alla frustrazione, una forte pressione interna, un’ansia da prestazione, sono aspetti che presenziano troppo nella vita di questi ragazzi su cui si tende ad investire più da un punto di vista della prestazioni rispetto alla cura dell’emotività, come se, ciò che si fa, viene spesso prima del ciò che si è.

Disagi e disturbi in adolescenza in crescita: perché?

La maggior parte dei disagi o dei disturbi in adolescenza dipendono da una assenza o scarsa autonomia psichica, da un non aver appreso le competenze di base per affrontare le difficoltà quotidiane, da una non acquisizione di una intelligenza emotiva, ossia quella capacità fondamentale di riconoscere, utilizzare, comprendere e, soprattutto, gestire consapevolmente le proprie emozioni e anche quelle di coloro che ci circondano. Questi aspetti permettono di avere una buona consapevolezza di ciò che si prova e che si sente, permettono di identificarsi con gli stati emotivi anche di amici, fratelli e compagni e capire se stanno soffrendo, se sono felici, cosa sentono e cosa provano, in modo tale che si riesca anche ad aver chiaro se si fa del male ad una persona, dove fermarsi, se l’altro ha bisogno di aiuto. Permette di monitorare le proprie azioni, di non andare oltre e di rischiare di essere, come spesso accade, inconsapevolmente violenti.

Tantissimi episodi di bullismo, infatti, avvengono senza una manifesta intenzione di fare del male all’altro, nella inconsapevolezza della gravità delle azioni che mettono in atto dietro la bandiera del “stavo scherzando” o “era un gioco”. Saper guardarsi dentro e riconoscere i propri stati emotivi, significa anche acquisire una capacità di autocontrollo, di non reagire di impulso, di non avere delle reazioni eccessive rispetto allo stimolo. Tante volte, infatti, i ragazzi reagiscono in maniera eccessiva perché filtrano in maniera distorta ciò che vivono, spesso lo vivono come un attacco alla propria persona e non sanno gestire le emozioni che scaturiscono da quel vissuto, per questa ragione, tante volte, reagiscono e scaricano verso l’esterno. Scattano come molle, sembra che non sappiano più contestualizzare, capire quando si debba tacere, ci si debba fermare e non si debba andare oltre, questo oltre, questo limite che non esiste più, sia relativo alle condotte rivolte verso gli altri, che verso se stessi. Non a caso sono in aumento i tassi del suicidio in adolescenza e l’autolesionismo, insieme al bullismo e a tutta una serie di comportamenti rischiosi. Arrivano alla violenza perché manca loro un filtro adeguato.

Attenzione anche alle troppe giustificazioni

Una tendenza che non agevola lo sviluppo della responsabilità delle proprie azioni da parte dei ragazzi, è il giustificare e difendere troppo i figli, anche davanti all’evidenza. Sembra quasi che, se qualcosa non va, sia sempre colpa dell’altro: del professore, dell’allenatore, si cerca sempre un fattore per deresponsabilizzarsi, come se ci si sentisse giudicati e valutati come genitori in base alle prestazioni del figlio. Se il figlio ha un problema, è colpa del genitore, come se non si fosse un “buon” genitore. Anche questo ricorrere eccessivamente a diagnosi e terapie, sembra quasi una ricerca di un “colpevole” esterno alla famiglia per cui il figlio non riesce ad avere delle prestazioni importanti.

I figli vanno difesi quando hanno ragione, ma quando sbagliano devono essere ripresi e rieducati perché significa che qualcosa non è andato come sarebbe dovuto andare.

E’ fondamentale che il genitore sia una spalla e un punto di riferimento per loro, senza preparargli sempre la strada e senza essere uno scudo, altrimenti non cresceranno mai.

 

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