Ragazzi stanchi e sotto pressione: come sopravvivere all’ultimo mese di scuola?

di Maura Manca, psicologa e psicoterapeuta

Giunti quasi al termine dell’anno scolastico, aumentano stress e tensioni sperimentate dai ragazzi nel tentativo di gestire al meglio lo sprint finale. Tra voti da recuperare, paura di prendere debiti e rischio di bocciature, le ultime verifiche e interrogazioni diventano la preoccupazione principale per ragazzi e genitori.

 

 

Oggi anno ragazzi e genitori si trovano ad affrontare l’immancabile sprint finale. L’ultimo mese di scuola è quello che pesa di più in assoluto perché sulle spalle di tutti perché si sente la fatica di tutto l’anno scolastico perché aumenta la tensione e la paura di non farcela. In questo periodo fioccano rimproveri e sensi di colpa per non aver studiato regolarmente durante tutto l’anno accompagnati dal “potevi pensarci prima”.

Rinfacciare non serve a niente, non risolve il problema, ci si deve rimboccare le maniche, accettare la situazione e correre ai ripari, pronti per i buoni propositi di inizio scuola che tendenzialmente non vengono mai mantenuti. Il ruolo di madri e padri in questo peridio è fondamentale, non serve accrescere la loro tensione e ansia, serve indirizzare, contenere e sostenere.

Ecco allora qualche piccolo consiglio per “sopravvivere” all’ultimo mese di scuola:

  1. EVITARE LITIGI E ATTACCHI DIRETTI! È facile cedere alla tentazione di rimproverarli e ricordare loro che, se si fossero impegnati di più nei mesi precedenti ora sarebbero indubbiamente più tranquilli, ma non si può piangere sul latte versato, diventa fondamentale per prima cosa far capire che gli potete dare una mano pratica e che potete studiare insieme un piano di attacco. In questa fase è controproducente dare spazio a discussioni e litigi sul fatto che per i ragazzi la scuola non sia la priorità e che non siano responsabili, sono adolescenti e lo stanno imparando. Lo sanno di essere in torto anche se non lo fanno vedere e se non danno la soddisfazione al genitore, per questo bisogna spronarli a dare il massimo e motivarli magari anche raccontandogli alcune difficoltà del genitore vissute a scuola alla loro età, in modo da fargli capire che si può affrontare tutto e anche imparare dagli errori. Soprattutto bisogna evitare di lasciargli quella sensazione di sconfitta e di “non ce la farò”. È importante che nella vita imparino anche a scontrarsi con le difficoltà, tendono troppo a sfuggire e a non voler vedere il problema.
  1. LA PAROLA CHIAVE È ORGANIZZAZIONE. Spesso il problema non è legato solo al fatto che non vogliono studiare o non lo fanno abbastanza, ma alla difficoltà nel trovare il proprio metodo di studio. Sbagliano il modo di studiare e non è solo colpa dei cellulari e che a volte nessuno li indirizza ad una modalità di studio più adatta al loro cervello. Non imponete il vostro metodo cercate il loro. Bisogna aiutarli ad organizzarsi nel rispetto delle loro esigenze, senza polemiche o ramanzine che rischierebbero di togliere ancora più tempo allo studio. È importante capire insieme a loro dove sbagliano o dove possono migliorare, in modo tale da trovare la strategia migliore per essere più efficaci ed incisivi.
  1. LE MINACCE NON SONO UTILI! Minacce e punizioni legate, ad esempio, al togliere la paghetta, vietare le uscite con gli amici o sequestrare smartphone non sempre sono efficaci e rischiano di inasprire ancora di più il rapporto tra genitori e figli, generando rabbia e frustrazione. Questo non significa il contrario, ossia premiarli per non aver studiato. L’autorevolezza è ovviamente fondamentale: devono capire che si tratta comunque di un periodo più intenso da affrontare, che bisogna rimboccarsi le maniche e impegnarsi fino in fondo e che devono fare qualche rinuncia in modo tale che capiscano che quando si sbaglia si paga e che il non assumersi le responsabilità ha delle conseguenze. Anche se in alcuni momenti può essere molto difficile, soprattutto dopo la fatica di un interno anno di corse e via vai, è importante cercare sempre il dialogo, non lo scontro.
  1. AIUTARLI A TOLLERARE ANCHE LE FRUSTRAZIONI. Spesso i ragazzi tendono a bloccarsi e fanno fatica a recuperare anche perché si sentono stanchi, hanno paura di fallire, di non riuscire ad ottenere dei risultati o di deludere ancora di più i genitori. La paura tante volte li blocca, invece di reagire si sentono schiacciati e preferiscono mollare pur di non affrontare un fallimento. Bisogna bloccare sul nascere atteggiamenti ostili e pessimisti con cui vogliono affrontare questo ultimo mese di scuola, fargli capire che sono in grado di farcela, con l’obiettivo di rinforzarli e aiutarli a trovare una giusta motivazione che possa rendere il tutto più leggero. A volte il genitore si deve trasformare in una sorta di coach, di motivatore in grado di dargli appunto strumenti e spinta. Sono troppo demotivati e troppo poco abituati a faticare.
  1. NON SOSTITUIRSI A LORO. Non bisogna cadere nell’errore di fare i compiti o studiare al loro posto, è fondamentale che sperimentino la propria autonomia, la propria autoefficacia e sviluppino maggiore sicurezza in se stessi, anche assumendosi le proprie responsabilità quando le cose non vanno per il meglio. Non sono certo una volta o una situazione specifica in cui si dà loro una mano in un momento di emergenza a rappresentare un problema, l’importante è che non sia una modalità quotidiana, altrimenti si abitueranno anche in futuro a delegare le loro responsabilità.

Spesso i ragazzi hanno la sensazione che per i genitori conti solo la scuola e i risultati e questo, anche quando non lo danno a vedere, li fa soffrire e arrabbiare. Hanno un estremo bisogno di sentirsi accettati e sostenuti per quello che sono, e il ruolo fondamentale dei genitori è quello di fornire loro insegnamenti e strumenti che possano aiutarli ad affrontare le diverse situazioni della vita, a confrontarsi con se stessi e con gli altri, rendendoli sempre più autonomi e responsabili. Tante volte non è solo un problema legato ad una scarsa motivazione, attraverso i voti e i comportamenti a scuola i ragazzi esprimono disagi e comunicano il loro mondo interno. Per questo è importante imparare a decodificare ciò che hanno da dire, per farli sentire meno soli e più accolti.

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