Per offrire una migliore esperienza di navigazione e per avere statistiche sull'uso dei nostri servizi da parte dell’utenza, questo sito usa cookie anche di terze parti.
Chi sceglie di proseguire nella navigazione su magazine.familyhealth.it oppure di chiudere questo banner, esprime il consenso all'uso dei cookie. Per saperne di più consulta la nostra Cookie Policy .

Ho capito, chiudi il banner.

X

Tutelare la privacy dei minori online: che cosa noi genitori dobbiamo sapere e saper fare

di Alberto Pellai, Psicologo e Psicoterapeuta

25 luglio 2018

4281 Views

Quando i nostri figli sono nei “social” e frequentano la loro vita online, noi genitori dove siamo? E soprattutto, come possiamo supervisionare ciò che fanno, le relazioni – o meglio, i contatti – che “accendono” quando navigano nel web?

Queste domande ci riguardano tutti, nel momento in cui abbiamo un figlio dotato di smartphone personale. E con il quale dobbiamo stilare una sorta di “contratto educativo” che prevede a quali limiti e a quali regole deve essere sottoposto tutto ciò di cui diventa protagonista, responsabile o anche semplice spettatore nell’online.

Le regole dovrebbero prevedere anche come noi possiamo intervenire con i nostri figli, cosa possiamo vedere e sapere di ciò che fanno online. Ma quasi sempre i figli non vogliono che noi genitori ci coinvolgiamo nella loro vita web. Le due frasi più frequenti che ci vengono dette sono: “Se devi controllare quello che faccio online, vuol dire che di me non ti fidi” e “Non puoi vedere quello che faccio online, perché altrimenti tu violi la mia privacy”. Nella prospettiva di un figlio, ha senso che i genitori non intervengano nella loro vita online. Loro vorrebbero essere liberi e indipendenti, autonomi e senza regole e controllo. Del resto, la preadolescenza è proprio “l’età dello tsunami”, ovvero un’età in cui opporsi alle regole degli adulti e fare di testa propria sembra quasi un’esigenza fisiologica.

I rischi oggettivi

 Ma questa richiesta di autonomia e indipendenza di un preadolescente non corrisponde ad oggettive competenze che lo rendono capace di gestire e affrontare molte situazioni complesse che nell’online si potrebbero verificare. Analizziamone alcune:

  • Sexting, ovvero produzione e diffusione di immagini proprie e altrui con contenuto connotato sessualmente. E’ un comportamento relativamente diffuso tra i giovanissimi, di cui essi non comprendono la gravità e le potenziali conseguenze
  • Cyberbullismo, ovvero postare commenti e immagini relative ad altre persone, dal tono offensivo, denigratorio e umiliante
  • Adescamento online, ovvero essere contatti da persone sconosciute che coinvolgono in conversazioni o produzioni di materiali problematici o francamente pericolosi per il minore, fino alla richiesta di incontri in video-chiamata o nella vita reale
  • Gioco d’azzardo, ovvero coinvolgimenti del minore in attività riservato solo a maggiorenni, in cui – a fronte dell’iscrizione e dell’inserimento di un numero di carta di credito valida (per esempio, quella di uno dei due genitori) il minore stesso può effettuare scommesse o partecipare a competizioni che prevedono l’uso e la vincita di denaro
  • Coinvolgimento attivo in acquisti o operazioni di marketing, che prevedono l’acquisizione di dati identificatori del minore, al fine di conoscerne le abitudini di consumo e di sollecitarle con acquisti autonomi sia online che nella vita reale.

Si tratta solo di quattro esempi, tra i molti, relativi ad attività in cui i minori si possono trovare coinvolti e che prevedono perciò la violazione di leggi a loro tutela. Noi adulti, di fronte a questi comportamenti problematici, siamo gli unici responsabili di fronte alla legge. Ovvero, se nostro figlio si trova a trasgredire le norme relative ai comportamenti suvvisti (che prevedono anche incursioni in ambito di diritto penale) saremo noi adulti che dovremo rispondere di ciò che è successo o che comunque, ce ne troveremo coinvolti.

Che cosa dice la legge

Ecco perché, di fronte ad un figlio che ci chiede di non violare la sua privacy, una buona risposta può essere oggettivamente fondata sull’evidenza che la legge ci chiedi di essere garanti – e quindi direttamente coinvolti – della e nella vita online di un minore. Per questo, il concetto di privacy non esiste, almeno fino ai 16 anni, in quasi tutti i casi, in base a quello che dice la legge.

Appunto, ma che cosa dice la legge a questo proposito. Quasi tutti i genitori ignorano i termini di legge che regolano i comportamenti online dei minori e ciò che altre persone fanno con i  minori che sono connessi. Conviene conoscere tali leggi e regolamenti, perché questa conoscenza ci permette di dare risposte fondate sul principio del diritto, di fronte ad un figlio che invece definisce semplici intrusioni o operazioni di spionaggio quello che una mamma e un papà fanno con ben altro scopo, ovvero con l’intenzione di proteggerlo e di sostenerne la crescita.

A livello internazionale, la legge ha cercato di tutelare i minori rispetto a ciò che possono fare (e non fare) nell’online, considerandoli un sottogruppo della popolazione con vulnerabilità e bisogni speciali. Tale principio è stato riconosciuto e validato anche dagli stessi provider e gestori di social netowrk che formalmente hanno sempre richiesto un’età minima per diventare utenti dei propri servizi.  Sin dalla loro origine, i principali social network hanno previsto una età minima per iscriversi fissata a 13 anni in alcuni casi e a 16 anni in altri. Essendo la gran parte dei Social Network statunitensi, essi hanno applicato il limite d’età fissato dalla legge federale Usa (il Children’s Online Privacy Protection Act noto anche come COPPA), che prescrive che nessuna persona giuridica (al di fuori degli enti pubblici) può raccogliere e conservare dati sensibili relativi a minori di 13 anni. Il COPPA inoltre definisce in modo preciso le modalità attraverso le quali attuare il preavviso di trattamento ai genitori e il loro consenso.

La nuova normativa europea

A maggio di quest’anno, per noi Europei, è entrato in vigore il nuovo Regolamento (GDPR) che ha fissato, con l’articolo 8, una regolamentazione specifica relativa ai minori, la cui capacità di agire resta determinata, comunque, da quanto stabilito in ogni singola nazione dalla normativa vigente (in Italia, al momento, tale limite è stato fissato a 16 anni). Il nuovo Regolamente Europeo viene applicato qualora vi sia un’offerta diretta di servizi della società dell’informazione a soggetti minori di 16 anni e  il trattamento dei dati dei minori sia basato sul consenso.  In presenza di questi due requisiti, l’articolo 8 prevede che ogni offerta diretta di servizi digitali rivolti ai minori di 16 anni (quali iscrizione ai social network e messaggistica), sia possibile solo previa raccolta del consenso dei genitori (accertando che esso provenga da chi esercita la patria potestà) o di chi ne fa le veci. Sempre secondo il nuovo Regolamento europeo, tale limite può essere ulteriormente abbassato nelle singole nazioni, ponendo come limite minimo quello dei 13 anni.

Non è invasione della privacy

Anche alla luce di quello che ci dice la legge, per noi genitori è fondamentale avere chiarezza rispetto al ruolo che dobbiamo giocarci nella vita online dei nostri figli. In particolare, 16 anni (in alcuni casi, per alcune attività e in certe nazioni tale limite scende a 13 anni) è considerata l’età al di sotto della quale i genitori devono sempre dare un consenso informato quando il figlio deve comunicare e condividere i propri dati identificativi e personali e deve iscriversi ai servizi erogati da specifici provider, social e siti. Senza l’approvazione formale di un adulto che ne ha la patria potestà, ciò che fa un minore quando fornisce dati sensibili potrebbe rivelarsi addirittura un reato. E’ importante, come adulti, sentire che il limite di legge è un limite che non ha solo un valore legale ma anche un valore educativo. Così come il limite dei 18 anni per la guida di un veicolo viene rispettato da tutti, e nessun genitore autorizzerebbero un figlio minorenne a mettersi alla guida del veicolo di famiglia, è altrettanto utile sentire che i limiti di relativi all’età imposti ai minori, non hanno solo un significato legale, ma anche un valore educativo molto importante e tutela di chi sta crescendo. Un valore che noi genitori, per primi, dobbiamo imparare a riconoscere, rispettare e poi far rispettare ai nativi digitali che vivono nella nostra famiglia.

 

Family Health si impegna a diffondere la cultura della prevenzione consapevoli che il primo passo per il proprio benessere è pensare alla salute.

Prova Family Health e il suo Fascicolo Sanitario Digitale Personale. Archivia i tuoi referti medici, condividi informazioni corrette con il tuo medico e tramanda la tua storia clinica alle generazioni future. SCOPRI DI PIù!

Patrocinato da: