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Reagire al dolore, cercando luce nel buio

di Alberto Pellai, Psicologo e Psicoterapeuta

13 settembre 2018

2620 Views

In America –Il sogno che non c’era

Un film di Jim Sheridan. Con Paddy Considine, Samantha Morton, Sarah Bolger, Emma Bolger, Djimon Hounsou 120 min. – Irlanda, Gran Bretagna 2002. – 20th Century Fox 

Trama

II protagonisti sono Johnny e Sarah, marito e moglie, che insieme alle loro due bambine, vanno alla ricerca di una nuova vita. La loro è una famiglia di irlandesi che entra negli Stati Uniti dopo anni drammatici e faticosi. Il loro figlio minore, Franckie, è morto dopo tre anni di malattia, a causa di un tumore cerebrale e tutti e quattro i protagonisti sono ancora segnati dalla fatica e dal dolore dell’esperienza che hanno vissuto e affrontato. Ora che Franckie non c’è più, c’è bisogno di nuova aria e di cambiare tutto: lavoro, luogo di vita, speranze, prospettive e progetti. Ma affrontare la nuova realtà, nella sua complessità, non può avvenire per rottura o frattura con il passato e con ciò che è stato. Conquistare il nostro diritto a stare nel qui ed ora, a diventare ciò che davvero siamo può essere possibile solo in continuità con la storia da cui proveniamo e non in fuga o in rottura da essa. E’ questa la grande sfida che deve imparare ad affrontare e a vincere il protagonista, padre e marito di una famiglia che può ripartire solo se lui davvero riesce a ricostruire una nuova partenza accettando il dolore che abita il suo passato. Le due bambine offrono al film la possibilità di raccontare una storia attraverso la prospettiva dei piccoli. Lo sguardo che vede le cose è uno sguardo bambino e sono loro, i bambini, che sanno riconoscere i problemi degli adulti, ad essi adattarsi, quasi invertendo i ruoli. Senza l’intervento magico dei bambini, i grandi non potrebbero farcela ed è per questo che Christie deve assistere a tutto in silenzio sapendo però di avere a disposizione tre desideri da realizzare, che utilizzerà per dare in tre situazioni una svolta salvifica a ciò che sta accadendo ai protagonisti. Mamma e papà sembrano intrappolati nella loro storia dalla quale, seppur pieni di buona volontà e di speranza nella realizzazione del nuovo sogno, non riescono però ad uscire. Tutte le cose belle che accadono nella prima parte del film infatti si sgretolano subito dopo, a meno che Christie non decida di salvare la situazione ricorrendo ai suoi desideri magici e alla loro capacità di risistemare tutto daccapo.

Nella storia però compare Mateo, un artista di colore che intreccia nella sua identità tutti gli elementi che rimangono non amalgamati invece nella vicenda della famiglia irlandese. Anche lui viene da un’altra terra e da un’altra cultura, anche lui deve confrontarsi con la realtà della morte che abita il suo corpo, ammalato di AIDS. Anche lui scappa da tutto e da tutti, tanto che rimane chiuso in una casa separata dal resto del mondo da una porta sul cui legno è scritto in lettere cubitali: state alla larga. Ma le due bambine sanno andare al di là di ciò che si vede e sanno scoprire l’invisibile. Così penetrano nel mondo di Mateo. A lui che sta andando incontro alla morte regalano il senso e il significato del suo essere stato in vita. E lui, attraversando la morte, ricolloca l’intera famiglia nel territorio della verità e della vitalità.

Sarah si avvicina a Mateo aiutandolo a riscoprire il senso e il significato di questa ultima fase della sua vita. Johnny invece teme Mateo, lo vede per quel che è, un uomo che vive ai margini della società e deprivato di qualsiasi valore e dignità. Mateo, però, gli fa da specchio a tutte le sue insicurezze e al suo dolore. In particolare, Mateo proprio perché non può più rincorrere nulla nella vita restituisce a Johnny la responsabilità di trasformare la propria esistenza depurandola da scorie emotive e dal dolore del lutto mai elaborato per il proprio figlio Franckie. Johnny impara a vedere Mateo in un altro modo nel corso del film. Si avvicina a lui con lo stesso sguardo, attitudine e propensione delle proprie figlie. Il loro è un incontro di salvezza reciproca e vicendevole dove le relazioni interpersonali non servono solo a intessere stralci di vita in comune ma anche a condividere il significato e il senso più vero del nostro stare al mondo. Johnny e Mateo si contaminano vicendevolmente: loro due così travolti dall’incombenza con cui la morte ha fatto breccia nella loro vita riescono a riguardare il futuro con speranza. Mateo ha davanti a sé un futuro brevissimo ma sa colmarlo di senso e di felicità costruendo un legame nutriente e dolcissimo con le due figlie di Johnny e Sarah. Johnny invece ha tutta la vita davanti a sé, due figlie da accompagnare verso la scoperta del mondo ed uno in arrivo. E proprio quest’ultimo figlio che deve nascere e che potrebbe diventare un ulteriore pedina sulla scacchiera di gioco disfunzionale di tutta la famiglia incarna invece il messaggio di salvezza e speranza che Mateo ha testimoniato fino all’ultimo istante della sua vita. Si può alzare finalmente lo sguardo e scegliere di stare nella vita con un altro approccio, in cui non ci sia solo ciò che pensiamo e sentiamo noi, ma anche ciò che viene sentito e vissuto dagli altri.

Cosa ci insegna questo film 

Sopravvivere ad un lutto comporta che si impari ad accettare il proprio dolore, senza renderlo, però, l’unica chiave di accesso e di costruzione di significato della nostra vita. Come Johnny, che nel film, grazie a Mateo, all’amore della sua famiglia e soprattutto allo sguardo che può posare sul mondo se si mette all’altezza delle sue bambine, può finalmente piangere e trasformare la sua rabbia sterile in una tristezza, anche noi di fronte ad un grande ostacolo e dolore della vita, possiamo vedere nei nostri figli, nei bambini che ci sono a fianco una risorsa e una motivazione importantissima che ci muove verso la speranza, ovvero verso la possibilità di ripartire per prendersi tutto il meglio che la vita ha ancora da regalare e per non rimanere intrappolati solo nel peggio. Per riuscirci bisogna saper credere anche a ciò che sembra impossibile: proprio come fa la primogenita che utilizza la strategia dei tre desideri per salvare la vita alla sua famiglia nel corso del film e proprio come fa anche la figlia più piccola, quando nella scena finale riesce a vedere l’invisibile. E proprio come fa Johnny, quando regala alle sue figlie la percezione che anche l’invisibile può essere un’ancora di salvezza nella vita e che la realtà non è solo ciò che sembra ma anche ciò che noi la facciamo diventare attraverso la nostra narrazione.

Il messaggio

Anche quando la vita ci travolge con un grande dolore e con la percezione che non ci sia più nessun senso nel nostro sopravvivere, alzando lo sguardo si trova la forza e soprattutto l’aiuto di chi, volendoci bene, può aiutarci ad andare oltre. E a ritrovare la passione di vivere.

Le domande per riflettere dopo la visione del film

Questo è un film sull’elaborazione del lutto e sulla conquista della resilienza ovvero della capacità di sopravvivere ad un evento avverso, non rimanendone travolti.

  • Qual è il mio concetto personale di resilienza?
  • In quali situazioni della mia vita ho messo in azione le mie capacità di resilienza?
  • Come posso allenare competenze di resilienza nella vita dei figli e dei bambini che vivono al mio fianco?
  • Il protagonista in un punto del film pronuncia questa frase: “Ho chiesto a Dio un solo favore: far morire me al posto di mio figlio. Invece lui ci ha presi entrambi. E ha lasciato me al posto della persona che ero prima”. Una frase che testimonia la sua incapacità di attraversare ed elaborare il grave lutto che l’ha colpito. Come reagiresti se un tuo amico/a si trovasse in una situazione così complessa e quale contributo specifico sapresti offrirgli per uscire dal tunnel della disperazione?

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