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La famiglia Bélier: un inno alla felicità reale

La famiglia Belier è una celebrazione dell’esistenza, un inno alla felicità, non quella stereotipata, bensì quella reale e incarnata nel principio di realtà.

di Alberto Pellai, Psicologo e Psicoterapeuta

9 novembre 2018

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Regia di Eric Lartigau. 2014 con Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Louane Emera, Roxane Duran. Titolo originale: La famille Bélier. Genere Commedia – Francia, 2014, durata 100 minuti.

Trama

Paula è una sedicenne che vive in una famiglia in cui mamma, papà e fratello minore sono privi dell’udito e della parola. Lei è l’unica che parla e ci sente, ma nel suo nucleo famigliare, lei è quella diversa. Tutti in casa comunicano con il linguaggio dei segni. La famiglia Belier è molto unita, calda e ha trovato il proprio modo personale per trasformare una disabilità in risorsa. La comunicazione interna al loro sistema è così funzionale ed efficace che nessuno sembra davvero risentire della propria limitazione sensoriale. Quando la famiglia si deve interfacciare con l’esterno, Paula diventa la voce di tutti. E’ lei che accompagna mamma e papà dal dottore, è lei che traduce la voce dei genitori agli altri, è lei che porta la voce del mondo dentro casa.

La famiglia vive in una fattoria, vende i prodotti del proprio lavoro e allevamento e Paula collabora attivamente alla gestione di tutte le attività della sua famiglia. Senza di lei, loro sarebbero persi. E quindi Paula tutte le mattine esce “nel mondo” per frequentare la scuola superiore e poi torna a casa “nel dentro” della sua famiglia per sostenerli in tutti i loro bisogni. E’ Paula il vero adulto della famiglia. Lei non si può permettere zone di autonomia e indipendenza, perché se solo lo facesse, gli altri rimarrebbero soli e isolati. Così lei si mette a servizio di tutti. Tranne che di se stessa.

Un giorno a scuola, Paula viene provinata e selezionata per il coro degli studenti. Lei ci è finita lì quasi per caso, perché è quello che fa Gabriel, un ragazzo che a lei piace molto, ma con cui ancora non ha iniziato alcuna relazione effettiva. Paula ha una voce splendida, ma lei – così intenta a sentire per gli altri – non ha mai sentito davvero se stessa e quindi non si è mai resa conto del suo immenso talento. Se ne accorge Thomasson, il direttore del coro, che oltre a inserirla all’interno dello stesso, le propone di prepararsi ad un duetto proprio con Gabriel, con cui dovrà cantare al saggio di fine anno scolastico. Questo permette ai due ragazzi di entrare in una relazione più intima, ma una serie di vicissitudini metteranno a dura prova la loro amicizia e relazione fino a quella che sembra essere la rottura definitiva.

Thomasson però ha in serbo una seconda sfida per Paula: partecipare alla selezione dei talenti canori fatta da radio France: chi vince potrà iscriversi ad una prestigiosa scuola musicale della capitale. L’occasione è davvero preziosa, ma la selezione è durissima e occorre prepararsi molto bene. Questo per Paula dovrebbe comportare anche un notevole cambio di priorità, nei tempi e nell’impegno: non più dedicarsi con assiduità al progetto di vita dei suoi famigliari, perché ora deve rimanere concentrata sul suo personale progetto di vita.

Di fronte a questa opportunità, Paula va in crisi. Vede aprirsi una strada davanti a sé che cambierebbe completamente la sua traiettoria di vita. Suo padre nel frattempo si è candidato per le elezioni a sindaco in opposizione a quello uscente, un uomo opportunista, insensibile e poco attento ai bisogni reali dei suoi cittadini. La marcia elettorale del padre necessita del supporto costante di Paula che, nel momento in cui rivela ai famigliari il proprio progetto di vita – che dovrebbe portarla a risiedere in un’altra città, lontano da loro – la fa percepire come una traditrice, qualcuno incapace di tenere fede ad un patto implicito di appartenenza e servizio verso tre persone che, senza di lei, si troverebbero probabilmente in uno stato di impotenza e abbandono. E’ Gabriel che di fronte alla “fuga dal coro” di Paula, la rimette in corsa verso gli obiettivi che il maestro di canto non ha mai smesso di coltivare per entrambi, spingendola verso una rinnovata partecipazione alla scuola di canto. Paula così canta con Gabriel al saggio di fine anno ed incanta il pubblico. I genitori, pur non sentendo la sua voce, percepiscono la grande commozione che il canto della figlia genera in chi la ascolta. Per il padre di Paula questo episodio è motivo di profondo ripensamento. Rimane sveglio nella notte che precede la selezione a Radio France, poi – presto al mattino – sveglia la ragazza, la fa preparare in tutta fretta e la accompagna, insieme a tutta la famiglia, alla selezione, alla quale si presentano anche Gabriel e Thomasson. L’esecuzione di Paula, di fronte alla giuria, è una di quelle che stringe il cuore e uno dei momenti più commoventi che il cinema ha mai mostrato a noi genitori. Paula esegue “Je vole” di Michel Sardou, un inno alla separazione inevitabile che avviene tra genitori e figli, quando questi ultimi devono intraprendere in autonomia il proprio progetto di vita. Paula esegue in modo impeccabile la canzone per la giuria, ma al tempo stesso la traduce con la lingua dei segni per la sua famiglia, presente all’audizione. E’ un momento, oltre che di grande emozione, di consapevolezza per tutti.

Cosa ci insegna questo film

In un contesto socio-culturale in cui i nostri figli sono cresciuti da genitori “spazzaneve” e si trovano in uno stato di iperprotezione, il film mostra il bisogno di autonomia e identità che si genera inevitabilmente in adolescenza e che spinge ogni ragazzo e ragazza verso la ricerca della propria strada e la definizione del proprio progetto di vita. Il processo di separazione è sempre complesso e spesso doloroso: per i genitori reca con sé la tristezza di veder allontanare un figlio che non sarà più disponibile e presente. Eppure è proprio per questo che lo abbiamo messo al mondo. In questo film, però, il secondo tema molto forte è quello della diversità e dell’inclusione, del diritto a vivere pienamente la vita, qualsiasi sia la nostra condizione di partenza. In questo, la famiglia Belier è davvero magistrale: ogni loro istante è una celebrazione dell’esistenza, un inno alla felicità, non quella stereotipata – stile Mulino Bianco – bensì quella reale e incarnata nel principio di realtà. La perfezione non esiste e la resilienza, di fronte alle difficoltà, è la chiave di accesso alla propria realizzazione. E’ questo, ciò che hanno fatto per la propria vita i genitori di Paula, è questo che Paula ha imparato da loro e, alla fine, riesce a mettere in pratica anche per sé, grazie al loro esempio.

Il messaggio del film

Un figlio non può rimanere intrappolato nei bisogni dei suoi genitori: deve spiccare il proprio volo. “Je vole” appunto, come recita il testo della canzone che chiude il film, una canzone che è un inno alla crescita e all’autonomia, ma che al proprio interno ha anche il significato e la gratitudine provati verso chi ti ha allenato facendoti fare prove di volo, sostenendoti nelle cadute fino a permetterti di andare da solo con le tue gambe.

 

Le domande per riflettere dopo la visione del film

  1. Paula, nel film, cerca costantemente di costruire un equilibrio tra il “dentro” della sua famiglia e il “fuori” del mondo. Per lei questo equilibrio è particolarmente complesso da generare. Riuscite, voi genitori, a immaginare di quali ingredienti deve essere composto il percorso verso l’equilibro che in preadolescenza e adolescenza i vostri figli stanno facendo o dovranno fare?
  2. I genitori di Paula non vogliono bloccarne la crescita e l’autonomia, ma inconsapevolmente la trattengono in una zona di dipendenza che ostacola il suo bisogno di autonomia e che rischia di infrangere i progetti per il suo futuro. Trovate analogie tra quello che succede nella famiglia Belier e quello che è successo a voi nelle vostre famiglie di provenienza o nella vostra attuale famiglia?
  3. Il film è un inno alla “resilienza”: quali sono gli ingredienti che compongono la ricetta di “resilienza” della famiglia Belier?

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