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La pessima abitudine di calmare un bambino agitato piazzandogli uno smartphone davanti agli occhi

di Alberto Pellai, Psicologo e Psicoterapeuta

22 gennaio 2019

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Viaggio in metropolitana. Un bambino di circa 18 mesi/2 anni è sul passeggino, tutto imbacuccato. Sta viaggiando in compagnia dei suoi genitori. Si comincia ad innervosire: fa caldo, c’è tanta gente intorno, il rumore è assordante. La sua mamma sta parlando al telefono. Il suo papà sta leggendo un giornale – uno di quelli che regalano all’ingresso in stazione. Adesso lui scalcia un po’, agita le braccia, si capisce che comincia a non poterne più. La mamma continua la sua telefonata. Il papà la sua lettura. Improvvisamente il bambino comincia a piangere. Prima la mamma e poi il papà provano a calmarlo, scuotendo un po’ il passeggino. Il bambino si calma per pochi istanti poi ricomincia a piangere. A questo punto il papà tira fuori dalla tasca il suo cellulare e lo passa al bambino dopo aver selezionato su Youtube un video che probabilmente il bambino già conosce. Il bambino si blocca e come ipnotizzato comincia a guardare dentro lo schermo, immagini e scene che, almeno così sembra, hanno il potere di calmarlo e tranquillizzarlo.

Sempre più spesso si assiste a scene di questo tipo: adulti che “placano” le attivazioni emotive dei bambini piazzando uno schermo davanti ai loro occhi. Un’azione che “interferisce” con il mondo interno del bambino, portandolo in uno stato dissociativo. Dove si impara a non sentire più ciò che ci accade dentro, presi – come si è – dall’iperstimolazione che proviene da stimoli esterni a noi. E’ un peccato che sempre più precocemente e sempre più spesso i piccolini imparano l’autoregolazione emotiva non dentro ad uno sguardo, ad un abbraccio, ad un contatto reale accompagnato da parole che danno significato, bensì dentro ad uno schermo. Che mostra immagini in movimento, suoni impazziti, elementi di iperstimolazione che nulla hanno di umano e di relazionale. Forse, noi adulti non ce ne rendiamo conto. Ma mettere un bambino davanti ad uno schermo per calmarlo – quando ha solo 1,2 o 3 anni – significa predisporlo in modo inequivocabile alla dipendenza. Ovvero, disabituarlo a rimanere sintonizzato con le proprie emozioni e sensazioni e non spingerlo ad usare le relazioni con chi si prende cura di lui come metodo “principe” per attraversare una zona di disagio e ritornare alla calma e alla tranquillità. E’ vero, uno schermo in un istante blocca le iperattivazioni emotive, congela tutto. Ma da lì a qualche tempo, quel congelamento artificiale, dovrà diventare altro.
Come genitori, come educatori, come adulti responsabili dovremmo sapere che quando un bambino è agitato, l’ultima cosa che gli serve per tranquillizzarsi è avere uno schermo davanti agli occhi.

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