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Social media e prevenzione della salute

22 gennaio 2019

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I social media sono diventati ormai parte del nostro quotidiano. Si stima che Facebook sia usato dal oltre due miliardi di persone nel mondo, seguito da YouTube (1,5 milioni), Instagram (800 milioni) e Twitter (350 milioni). Anche gli italiani, in base al rapporto Censis sulla comunicazione del 2018 (http://confindustriaradiotv.it/censis-15-rapporto-sulla-comunicazione-radio-e-tv/), si dimostrano grandi appassionati di social media se è vero che Facebook, YouTube, Instagram e Twitter sono usati rispettivamente dal 56 %, 52%, 27% e 12% della popolazione, con forti differenze rispetto alla età. Diversi studi dimostrano poi che i cittadini usano sempre più spesso i social per informarsi. Un rapporto del Pew research center indica che 6 americani su 10 usano Facebook, Twiter, YouTube e altri social media per leggere le news prodotte dai quotidiani, ma risultati simili si evidenziano  anche in Italia.

Ma i social media sono lo strumento più adatto per comunicare la salute? Si, per quanto suggerito da diverse organizzazioni sanitarie tra le quali l’Organizzazione mondiale della Sanità e il Ministero della Salute che in proposito ha stilato qualche anno fa delle specifiche linee guida.

Sono sempre più numerose le istituzioni che si affidano a questi strumenti per con l’intento di catturare il maggiore numero di lettori che li frequentano indirizzandoli sui propri siti web per leggere il testo integrale dei contenuti che essi producono. Sono usati principalmente per combattere la disinformazione, per comunicare con il pubblico, per attivare programmi di promozione della salute e campagne di prevenzione, per informare in modo attivo e partecipativo i cittadini/pazienti e per ascoltare le loro storie e le loro richieste.

Comunicare attraverso i social media però non è più una questione di moda. I ricercatori nel campo della comunicazione sanitaria hanno da tempo accumulato numerose evidenze scientifiche che dimostrano come veicolando le informazioni attraverso i social media si riescano ad ottenere maggiori benefici (rispetto a quelli che si possono ottenere con gli usuali mezzi di comunicazione) nella lotta al fumo, nella modifica degli stili di vita (in particolare nella lotta alla sedentarietà e alla cattiva alimentazione) e nella migliore conoscenza delle malattie. Alcuni studi https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23777475 hanno dimostrato che campagne di sensibilizzazione operate su Facebook possono aumentare la consapevolezza dell’importanza della donazione di organi e favorire l’iscrizione agli appositi registri degli effettivi donatori, mentre altri https://econsultancy.com/how-the-nhs-used-social-media-to-triple-blood-donor-registrations/ hanno dimostrato come una campagna ben pianificata su tutte le piattaforme di social media https://www.nhsbt.nhs.uk/how-you-can-help/get-involved/download-digital-materials/blood-donation-social-media/ possa aumentare il numero di donatori di sangue.

Alcuni studi puntano a dimostrare l’efficacia dei social media nelle campagne di prevenzione e in particolare a studiare il loro ruolo nel favorire l’adesione a campagne di screening.

E’ recente la pubblicazione di un articolo che ha confrontato i risultati di una campagna informativa per la prevenzione oncologica (nell’ambito di una campagna più estesa per favorire lo screening oncologico) condotta attraverso annunci radiofonici, volantini distribuiti presso i centri ospedalieri partecipanti allo studio e post pubblicati su Facebook. Dalla analisi delle risposte e dei livelli di “coinvolgimento” dei destinatari dei messaggi e delle loro reazioni, i ricercatori del Colorado Cancer Screening Program, responsabili di questo studio denominato Endcancer http://mhealth.amegroups.com/article/view/22106/21546 , hanno potuto dimostrare la maggiore efficacia della campagna condotta su Facebook con oltre 22mila utenti esposti ai promemoria incentrati sulla prevenzione (il 96% dei quali ha accettato in seguito di ricevere materiale informativa aggiuntivo), mentre radio e volantini si sono rivelati infruttuosi in questo contesto.

Un altro studio https://www.jmir.org/2018/2/e52/ condotto la scorsa primavera negli Stati Uniti aveva invece dimostrato che una campagna di sensibilizzazione condotta sui social media per promuovere i programmi di screening per il tumore al polmone contribuiva ad aumentare in maniera statisticamente significativa il numero delle visite mediche presso il centro medico di riferimento e quello delle Tomografie Computerizzate a basso dosaggio di radiazioni (l’esame diagnostico più efficace per la diagnosi del tumore polmonare iniziale) eseguite presso quel centro

Questo è quello che succede all’estero. In Italia, a parte alcune poche iniziative, per ora tutto tace. Confidiamo nel nuovo anno e in una rinnovata fiducia da parte delle istituzioni nei confronti di questi mezzi di comunicazione.

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