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Ritorno in Borgogna. L’amore è come il vino: ha bisogno di tempo

Nel mese in cui si festeggiano i papà, un film delicato e coinvolgente che dipinge il tema della paternità in tutte le sue sfumature

di Alberto Pellai, Psicologo e Psicoterapeuta

7 marzo 2019

679 Views

Regia di Cédric Klapisch, 2017.  con Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, María Valverde. Cast completo Titolo originale: Ce qui nous lie. Genere Commedia, Drammatico – Francia, 2017, durata 113 minuti.

La trama

Jean torna presso la casa di famiglia, a distanza di dieci anni dalla sua partenza. Da più di quattro anni, esattamente in coincidenza con la morte della madre di cui ha ricevuto comunicazione via telefono dal fratello minore, Jean non ha più dato notizie di sé a nessuno. Ora, invece, lo hanno avvertito che il papà è grave e sta per morire. Quindi lui ricompare sulla scena e ritorna nella casa dove ha avuto luogo la prima parte della sua vita. In Borgogna, il suo papà ha curato in modo attento e coinvolto la tenuta vinicola di famiglia, diventando un ottimo produttore di vino. Jean ha un fratello e una sorella, che sono rimasti sul posto e hanno aiutato il padre a portare avanti l’azienda di famiglia. Loro non sanno che lui, in Australia, ha fatto la stessa cosa. Ovvero, si è occupato di un terreno coltivato a viti, ancora più grande di quello del padre e nel frattempo ha anche avviato una relazione stabile ed è diventato padre. Torna in Borgogna con l’idea di stare per un tempo imprecisato. La sua vita famigliare, in Australia, sta attraversando un momento di forte crisi. Jean non sa se vuole proseguire la relazione con la donna che ha amato e che lo ha reso padre. Sente però, a distanza di migliaia di chilometri, una tremenda nostalgia del proprio bambino.

Reincontrare i fratelli è per Jean un’esperienza meravigliosa e sconvolgente allo stesso tempo. Quando erano bambini e poi ragazzi loro tre hanno costituito un gruppo forte, affiatato e inseparabile. Si sono davvero voluti bene, si sono “abbeverati” del vino che il papà faceva loro degustare, centellinandolo assaggio dopo assaggio affinchè diventassero capaci di scoprirne ogni più recondito segreto. E loro, quella cultura l’hanno assorbita, goccia dopo goccia, sentendo che così facendo i loro destini si intrecciavano in modo sempre più forte ed indelebile. Ecco perché la partenza dalla Borgogna di Jean, in qualche modo, è stata vissuta come un tradimento di quel patto implicito a fare tutto insieme che li aveva accomunati fin da bambini. E come dice Jeremia, il fratello minore, il non presentarsi a casa in occasione della morte della mamma è stata probabilmente la dimostrazione che Jean ha voluto dare a tutti del suo essere voluto diventare altro, estraneo al destino comune da cui tutto aveva avuto origine. In realtà Jean non è comparso al funerale della mamma, perché in quello stesso giorno era nato il suo bambino. Quando spiega questa coincidenza ai fratelli, i conflitti sembrano riappianarsi. Le relazioni tra i tre tornano progressivamente a farsi sintoniche e cooperative. I fratelli stanno seguendo la vendemmia, la produzione del nuovo vino. Bisogna prendere molte decisioni e ognuno ha la sua visione delle cose. Nel frattempo, muore il padre e si deve provvedere, oltre che al suo funerale, anche alla definizione di come andranno in successione i beni e i terreni che lui ha lasciato in parti uguali ai tre figli, ponendo la condizione che ogni decisione futura che verrà presa al riguardo, avvenga con il consenso di tutti. E’ come se il padre, con questa clausola, avesse firmato per sempre un patto di fratellanza tra i tre: ogni cosa che riguarda le proprietà di famiglia dovrà vederli concordi. I problemi più grandi, al riguardo, li ha Jean: in Australia deve affrontare alcuni problemi economici, i soldi che ricaverebbe dalla sua quota di eredità lo aiuterebbero a venir fuori dalla sue traversie finanziarie. Ma questo porterebbe allo spezzettamento delle proprietà di famiglia. La questione: “Che fare della nostra eredità” procede di pari passo con le altre questioni che riguardano tutti e tre: “Che fare della nostra vita?”, “Che fare delle nostre storie d’amore?”, “Che fare dei nodi rimasti irrisolti rispetto alla storia da cui veniamo?” nella seconda parte del film e queste domande generano nuove alleanze, nuove scoperte oltre che la riattivazione di ricordi e immagini dal passato che permettono ai tre fratelli di attraversare la zona del lutto e di aprirsi ad un nuovo futuro. In particolare, la relazione con il padre diventa centrale nella seconda parte del film. Lo stesso padre è ricordato da Jean e da Jeremia in modo molto differente.

Il film aiuta a comprendere che si può essere genitore in modo diverso a seconda dei figli che ci si trova davanti, mettendo in atto una modalità relazione ed educativa molto differente. Ma questo non significava avere un figlio preferito o essere un padre ingiusto: Jean lo comprende quando dal passato riemerge la lettera che il padre non gli ha mai saputo inviare. Però l’aveva scritta e nelle parole vergate su quel foglio di carta, Jean riesce a rifare pace con il proprio passato. Così come riesce a ricomporre la sua crisi affettiva grazie all’arrivo della compagna che giunge in Borgogna col figlio, chiamata dalla sorella di Jean. I fili delle relazioni rimangono uniti in modo inestricabili, ma allo stesso tempo riescono a conquistare il proprio spazio di libertà e autodeterminazione senza soccombere al peso di un passato e di un’eredità che avrebbe potuto trasformarsi in una trappola.

Cosa ci insegna questo film

Ritorno in Borgogna è un film bellissimo e commovente che permette di dare uno sguardo intimo e sincero all’importanza che le relazioni famigliari, in particolare quelle che viviamo nel corso dell’infanzia. Il film mette in mostra come ciò che viviamo da bambini e il rapporto che abbiamo con i nostri genitori e i nostri fratelli lascia un segno potente nella nostra memoria emotiva, imprimendo dentro di noi significati, valori e affetti che restano con noi per tutta la vita. Emerge la centralità della figura paterna, come elemento che costruisce l’identità dei figli, che tesse la matrice intorno alla quale loro generano i loro sogni, desideri e aspettative ma anche si definiscono per opposizione, differenziazione, autoaffermazione. Si tratta di un film che parla a tutti, in particolare a chi ha figli che stanno affrontando il passaggio dall’adolescenza all’adultità. Ma che ci permette anche di rientrare in contatto con il bambino che siamo stati e con il nostro bambino interiore, proprio come fa Jean in più passaggi del film in cui si vedono interazioni e dialoghi tra se stesso adulto e se stesso bambino.

Il messaggio del film

La felicità non è il risultato di ciò che possediamo, né del successo professionale che possiamo conseguire. Bensì è un lento e delicato lavoro di cesello che si realizza solo quando noi riusciamo a sentirci amati e capaci di amare, soprattutto dalle e con le persone che sanno guardare nei pertugi del nostro cuore e comprendere appieno le motivazioni delle nostre scelte e dei nostri comportamenti, anche quelli che ai più sembrano inspiegabili.

Le domande per riflettere

  • Il film mostra una relazione tra fratelli che all’inizio è affaticata, ma che poi si rende calda, intima e cooperativa. Quali passaggi e scelte educative paterne durante l’età evolutiva hanno permesso ai fratelli di costruire un legame così forte che è sopravvissuto al tempo e alle difficoltà della vita?
  • Quale aspetti della relazione tra padre e figlio vi hanno colpito?
  • Quali affinità esistono tra lo stile paterno raccontato nel film e quello che ogni giorni esiste nella vostra famiglia?
  • Quali aggettivi assegnereste allo stile paterno del capofamiglia? Quali invece allo stile paterno di Jean?
  • Nel film si vedono molti padri e molti differenti stili paterni (il padre dei tre fratelli, Jean, Jeremia, il suocero di Jeremia): quali i punti di forza e quelli di debolezza di ciascuna figura paterna presente nel film?

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