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Figli che crescono: cosa si nasconde dietro la chiusura di un figlio adolescente?

di Maura Manca, Psicologa

16 aprile 2019

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Quando i figli oltrepassano la soglia dell’adolescenza, non si può non rendersene conto, non solo cambiano da un punto di vista fisica, iniziano a mettere in discussione i modelli genitoriali, si concentrano sui loro interessi, tendono a parlare meno, possono essere più scontrosi. Capita di frequente che i genitori non riconoscano più quello che era il loro bambino, hanno la sensazione di “perdere il controllo” del figlio che non è più gestibile come quando era piccolo.

Figli che crescono: cosa si nasconde dietro la chiusura degli adolescenti?

Definirli chiusi sarebbe un vero errore, non è scontato che quando si entra in adolescenza si attivi automaticamente un processo di chiusura, spesso si amplifica ciò che hanno covato silentemente dentro oppure emergono degli aspetti che si conoscevano sotto un’altra forma, nulla si crea, tutto si trasforma. Che pretendano degli spazi privati, da non interpretare come chiusura, è anche giusto e soprattutto fa parte del naturale processo di crescita, devono sperimentarsi e avere la loro autonomia per farlo e per ottenere i loro spazi fisici e mentali, altrimenti non sarebbero adolescenti. Adolescere significa crescere ed è quella fase che deve portare all’acquisizione dell’autonomia psichica e alla stabilità dei tratti di personalità e identitari. La chiusura a volte è solo la manifestazione di un’educazione troppo poco basata sul dialogo e sul confronto ma solo sulla rendicontazione. Capita anche che non si aprano perché dall’altra parte non trovano la giusta accoglienza o sono convinti di non trovarla, perché non si sentono capiti, per paura delle reazioni genitoriali o perché non vogliono far vedere la loro fragilità. Non sempre è disfunzionale.

La verità è che se ascoltassimo le due campane suonare alle nostre orecchie arriverebbero spesso versioni a volte anche diametralmente opposte. Troviamo da un lato i genitori che non sanno come comportarsi con i figli adolescenti e, dall’altro, molti ragazzi riferiscono di non sentirsi compresi, accettati e riconosciuti per quello che sono e si lamentano del fatto che i genitori mettano al primo posto il rendimento scolastico e la condotta rispetto alle loro esigenze e al loro stato emotivo. Questa è una delle lamentale più frequenti che ascoltiamo nella stanza dello psicologo e all’interno delle aule scolastiche.

Come sottolineavo in precedenza, di frequente gli adolescenti si tengono i vissuti dentro perché bloccati dalle possibili reazioni genitoriali: hanno paura di deluderli, di ferirli, di farli stare male o che si arrabbino. Tantissimi genitori si impegnano per dare ai figli tutto ciò che possono, cercando di non fargli mancare niente, spesso eccessivamente preoccupati per loro, di ciò che fanno, di ciò che può succedere e di come si comportano. Più che preoccuparsi, però, è importante occuparsi dei figli, nel senso di condividere con loro dei momenti, sintonizzarsi sui loro stati emotivi e sulle loro esigenze, spesso differenti da quelle del genitore.

Infine, anche se vogliono sembrare spavaldi e sicuri di sé sono in realtà molto fragili, condizionabili dalle paure e dal giudizio degli altri, hanno timore di esprimersi, non riescono a gestire le difficoltà quotidiane e hanno bisogno di conferme e sicurezze.

Genitori e figli: cosa è cambiato rispetto al passato?

Anche se gli adolescenti di oggi sembrano essere molto diversi dalle generazioni passate soprattutto in termini di organizzazione del pensiero e di ragionare e esprimersi in multitasking, per tanti aspetti sono ancora molto simili. Quello che caratterizza le generazioni tecnologiche è l’eccessiva precocizzazione di tanti comportamenti senza aver sviluppato un adeguato sviluppo emotivo; ad esempio, oggi si muovono nel web in maniera estremamente autonoma, hanno eccessiva libertà, agiscono spesso da “grandi”, senza comprenderne fino in fondo il significato. Adultizzazione da una parte, tutto troppo presto e, nello stesso tempo, un infantilismo emotivo generato da un’iperprotezione che non li rende autonomi psicologicamente perché troppo abituati a delegare a genitori, tate, smartphone o ad avere aiuto su tutto. Per evitare che diventi una generazione troppo borderline, bisognerebbe trovare un equilibrio tra l’essere troppo vicini e troppo lontani.

In fin dei conti: “Un buon genitore lascia sbagliare il figlio e gli insegna dove ha sbagliato, non fa le esperienze al posto suo”.

Come comportarsi?

Non possiamo sempre proteggerli da tutto: per crescere, acquisire sicurezza e responsabilizzarsi, devono anche fare esperienza della fatica e dell’errore, imparando a recuperare.

Bisogna stabilire regole e limiti in modo coerente e fermo, considerando il loro punto di vista, senza essere eccessivamente iperprotettivi o permissivi: si deve valutare di volta in volta la situazione, scegliendo la modalità più adeguata. Un aspetto fondamentale è che per essere sempre riconosciuti nel proprio ruolo genitoriale, bisogna essere disponibili e comprensivi, ma non a disposizione. Non si deve perdere il ruolo, il genitore è e deve rimanere genitore!

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