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Intelligenza artificiale e salute

di Eugenio Santoro, Responsabile Laboratorio di Informatica Medica, Dipartimento di Salute Pubblica IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri"

2 maggio 2019

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Come definita dalla Enciclopedia Treccani, “l’intelligenza artificiale studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche che consentono di progettare sistemi hardware e software utili a fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana”. Il suo principale scopo non è quello di replicare tale intelligenza, ma di riprodurne o emularne alcune funzioni, come per esempio la capacità di risolvere problemi mediante processi inferenziali. Di intelligenza artificiale se ne parla da alcuni decenni, ma è solo grazie all’evoluzione del “machine learning”, una tecnica che permette ai computer di apprendere da esperienze pregresse senza essere stati esplicitamente programmati, che questa materia ha ripreso interesse. Molte aziende, tra cui IBM (con il noto IBM Watson), Google (con DeepMind) e altri big dell’informatica, hanno iniziata a investire in questo settore, guidati anche dagli ingenti finanziamenti che Paesi come gli USA, la Cina, l’Unione Europea, la Francia, il Regno Unito e la Germania hanno messo a disposizione.

Il 2018 sarà senza dubbio ricordato come l’anno dell’applicazione della intelligenza artificiale in ambito medico. Nell’anno appena trascorso sono stati portati avanti progetti per lo sviluppo di modelli predittivi per determinate patologie, di sistemi in grado di effettuare diagnosi precoci (così da poter agire tempestivamente con le cure più appropriate), di soluzioni basate su chatbot (cioè programmi che simulano una conversazione tra robot e essere umano) in grado di fornire le giuste informazioni ai pazienti così da accompagnarli nel loro processo di cura, di strumenti per l’identificazione di molecole (tra le tante che la ricerca di base propone) sulle quali puntare nel passaggio dal laboratorio alla clinica.

I tempi sono maturi per avere a disposizione, nel giro di pochi anni, strumenti che monitoreranno i nostri parametri vitali a distanza attraverso specifici sensori, dispositivi indossabili (come braccialetti e orologi intelligenti) e app installate sui nostri smartphone,  e che saranno dotati di intelligenza artificiale in grado di interpretare i dati raccolti e identificare, per esempio, gli individui che sono a rischio di incorrere in qualche specifica patologia, o di allertare un medico in caso di rischio imminente. Non solo. Avremo anche sistemi in grado di mettere in relazione i dati raccolti nei fascicoli sanitari dei componenti di una stessa famiglia e quelli presenti nei loro database “omici” per identificare geni responsabili di specifiche malattie. Sempre partendo dai dati presenti nei fascicoli sanitari, esisteranno strumenti in grado di suggerire, sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili e sul livello di esperienza “maturato” dal sistema, comportamenti volti a prevenire le principali malattie basate su errati stili di vita.

In alcuni casi, tali strumenti sono già una realtà.  La Food and Drug Administration americana (l’ente che regola negli Stati Uniti la commercializzazione di farmaci e strumenti medici) ha recentemente registrato come dispositivo medico (https://www.fda.gov/newsevents/newsroom/pressannouncements/ucm604357.htm) un sistema basato sull’intelligenza artificiale in grado di analizzare le immagini della retina ottenute da specifiche fotocamere e di rilevare casi di retinopatia diabetica negli adulti diabetici con una precisione paragonabile a quella degli oculisti.

Secondo una recente indagine (http://www.misurarelacomunicazione.it/2018/10/09/intelligenza-artificiale-innovazione-per-salute-italiani-fiduciosi-grandi-aspettative/  ) i cittadini italiani nutrono, peraltro, molte speranze sull’impiego dell’intelligenza artificiale nel campo della salute. Si dimostrano ottimisti nel 77% dei casi su un suo futuro impiego anche se il 51% di essi teme la perdita di contatto umano con i medici.

Insomma, gli italiani sembrano pronti. Medici e istituzioni, un po’ meno.

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