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L’uso dello smartphone può nascondere anche tante insicurezze

di Maurizio Tucci, Giornalista

2 maggio 2019

1128 Views

L’utilizzo dello smartphone da parte degli adolescenti – in qualità di “telefono” – è residuale. E quando comunicano attraverso la voce, e non attraverso messaggi scritti, lo fanno quasi esclusivamente attraverso messaggi vocali. Cosa ci può essere dietro questa abitudine?

I dati dell’indagine

Dai dati dell’indagine annuale sugli stili di vita degli adolescenti, realizzata da Laboratorio adolescenza, emerge che la maggioranza relativa degli adolescenti (35%) ha avuto lo smartphone ad 11 anni, il 22% a 10 anni e oltre il 16% a meno di 10 anni E le cose non vanno molto diversamente per quanto concerne l’utilizzo dei social. Il 33% ha iniziato ad 11 anni, il 13% a 10 e il 7,5% a meno di 10. E l’esordio, per gli adolescenti che vivono nelle grandi città è ancora più precoce.
Un esordio in una età nella quale non sia ha assolutamente la maturità psicologica per poter utilizzare strumenti di comunicazione così potenti e insidiosi, sulle cui conseguenze negative (a partire dal cyberbullismo) si dibatte da tempo.

Ma al di là di questi aspetti, è anche e interessante osservare il tipo di uso dello smartphone.

Sempre dalle indagini di Laboratorio Adolescenza risulta evidente che l’ultima cosa che gli adolescenti fanno con il telefono è proprio… telefonare. L’80,7% degli adolescenti intervistati afferma infatti di utilizzare lo smartphone prevalentemente per social network, messaggi e navigazione in Internet; l’8.7% (15,3% dei maschi) per giocare con i videogiochi, mentre solo il 9,3% lo adopera per telefonare.

Età alla quale hanno avuto lo smarthphone

  Tot Naz Maschi Femmine
14 0,6 0,6 0,6
13 3,3 3,6 3,0
12 17,2 17,7 16,7
11 34,8 33,9 35,6
10 22,3 21,1 23,5
Meno di 10 18,6 18,6 18,6
Non ho smartphone 1,7 1,9 1,6


Età alla quale hanno iniziato ad utilizzare i social network

  Tot Naz Maschi Femmine
14 07 0,4 1,1
13 11,6 10,7 12,4
12 31,5 30,4 32,6
11 32,2 29,6 34,7
10 13,0 15,3 10,9
Meno di 10 7,5 9,1 5,7
Non utilizzo social network 3,5 4,1 2,6

In passato l’utilizzo residuale del telefono “via voce”, rispetto alla messaggistica di vario tipo, poteva avere una giustificazione di tipo economico (telefonare costava più che messaggiare), ma oggi non è più così e – considerando che le generazioni si rinnovano – nemmeno si può pensare che non utilizzino le telefonate “normali” per un’abitudine ormai acquisita.

Generazione multitaking

Ma c’è di più: in realtà non è che sostituiscano del tutto la comunicazione orale con quella scritta , solo che, anche quando usano lo smartphone per parlare non lo fanno mai “in diretta” attraverso una normale telefonata. Lo fanno quasi esclusivamente attraverso la messaggistica vocale che ormai tutti i social più frequentati mettono a disposizione: ovvero, io parlo e invio il messaggio e aspetto che tu abbia parlato e mi abbia inviato il messaggio vocale di risposta. Un atteggiamento che per altro stride con il loro comportamento abituale: precipitosi in tutto quello che fanno (tanto che spesso risultano approssimativi proprio per effetto della fretta che mettono ovunque), ma quasi siddhartiani (il brahamino che sapeva attendere) quando si tratta di parlare al telefono. Ci sarà un motivo?

Da un verso si può pensare che gli appartenenti ad una generazione “multitasking” fatichino a fare una sola cosa per volta. Anche nelle altre attività, scolastiche ed extrascolastiche li troviamo spesso in difficoltà perché sovraccarichi di impegni concomitanti che loro stessi si sono programmati, non riuscendo quasi mai ad identificare le priorità. Per cui l’attesa del messaggio vocale di risposta non è “vuota”, ma intensivamente riempita da altro, magari da un’altra serie di messaggi vocali destinati a conversazioni parallele. Oppure, nell’attesa della risposta rispondono a messaggi, postano su Instagram, consultano qualcosa, ascoltano musica.

Paura della “diretta”?

Ma c’è anche un’altra interpretazione che possiamo dare per spiegare questa abitudine apparente bizzarra di parlare “in differita”. Interpretazione che non esclude la precedente, con la quale può anche convivere, ma che ci deve far riflettere maggiormente, perché in qualche modo ci chiama in causa.
La sostituzione del dialogo diretto con il messaggio vocale non nasconde forse, anche inconsapevolmente, un loro timore ad affrontare un confronto diretto? Di dover rispondere “in tempo reale”? Di dover far fronte, seduta stante, a qualcosa che può metterli in difficoltà?
Questi messaggi vocali affidati al whatsapp di turno non sono solo e sempre banali “comunicazioni di servizio”.   A volte – attraverso i messaggi vocali – passano i piccoli grandi drammi dell’adolescenza. Li senti litigare, fidanzarsi e, più spesso, s-fidanzarsi. E il messaggio vocale di risposta lo attendono con le lacrime agli occhi e non chattando in parallelo con altri. Ma allora, dalla stessa applicazione che non costa nulla, perché non premere l’altro tasto e iniziare a parlare in diretta?
Perché si teme di non essere all’altezza del confronto? Perché si pensa di non essere in grado di gestire le emozioni? Per vigliaccheria?
In un focus group Antonella (il nome è di fantasia), 16 anni, ci ha raccontato: “Siamo stati insieme durante la ricreazione, tutto normale, appena sono tornata in classe, avevo la verifica di latino, ho trovato un suo messaggio vocale. Pensavo mi dicesse in bocca al lupo per la verifica, invece mi ha detto che mi lasciava. Ho provato a chiamarlo ma aveva il telefono spento. Mi sono sentita morire”.
Non è un caso isolato: da quanto ci raccontano ragazze e ragazzi è quasi la norma.

Una protezione eccessiva non è mai una corretta prevenzione

Ma da dove deriva questa loro insicurezza/vigliaccheria che li porta a dribblare il confronto diretto o a lanciare il sasso ma cercando di essere quanto più lontani possibile quando il sasso colpisce e fa male? Ed è qui che noi adulti siamo inevitabilmente chiamati in causa.
Certo, avere il tempo di riflettere su ciò che ci è stato detto e su ciò che dobbiamo dire (anche a fin di bene) è un vantaggio (non solo nella comunicazione telefonica), ma purtroppo nelle vicende della vita non è detto che questo tempo ci venga sempre concesso, per cui dobbiamo abituarci anche a saperne fare a meno.  E quale migliore palestra c’è degli anni dell’adolescenza?
Forse noi adulti dovremmo maggiormente renderci conto che ogni volta che ci sostituiamo ai nostri figli per cercare di appianare tutte le possibili difficoltà alle quale potrebbero andare incontro, mettiamo un tassello di questo non edificante puzzle di insicurezze. Vivere con l’avvocato d’ufficio costantemente alle spalle, pronto ad intervenire in soccorso in qualunque querelle con insegnanti, coach sportivi, o addirittura con gli stessi amici, non aiuta un adolescente a crescere. Le difficoltà – ingiustizie comprese, perché nella vita le ingiustizie ci sono sempre –  si impara a superarle soltanto affrontandole.
Sulle colonne di questa testata vocata alla “prevenzione” il paragone viene immediato: Cosa ne sarebbe di un individuo sano tenuto per anni sotto una campana di vetro al riparo da qualunque agente patogeno circolante nell’ambiente? Nel momento in cui questa campana inevitabilmente non ci sarà più, la maniacale protezione passata gli garantirebbe un sano futuro, o lo esporrebbe ad ogni sorta di rischio?

Riflettiamoci!

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