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Adolescenti che colmano con lo smartphone la paura della noia e della solitudine

di Maura Manca, Psicologa

30 luglio 2019

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La solitudine spaventa i ragazzi che si riempiono di contatti illusori sui social netowork, si alimentano di quella sensazione di essere in contatto con gli altri, di essere parte di qualcosa, di essere “visti”, ascoltati e riconosciuti. Invece, dovrebbe essere visto come un momento in cui entrare in contatto con se stessi.

La noia aiuta a crescere, non è un nemico da combattere o da temere. Ha una funzione positiva ed è utile anche perché, se gestita adeguatamente, attiva le capacità esplorative e la creatività permettendo di mettersi in gioco, trovare delle proprie strategie e scoprire quali attività piacciono davvero. Eppure, il 64% degli adolescenti tra i 14 e i 19 anni, e il 58%, ossia quasi 6 su 10, tra gli 11 e i 13 anni, nei momenti vuoti, di pausa o di noia, prende immediatamente il cellulare in mano. Lo fanno spesso per sfuggire da quello stato che gli fa toccare delle corde emotive che non vogliono vedere.

Il problema è che molti ragazzi (e vi assicuro, anche tantissimi adulti) quando sono annoiati, si sentono vuoti, sperimentano quella sensazione che genera uno stato di angoscia perché costringe a pensare e a fare, in un certo senso, i conti con se stessi. E’ importante cambiare ottica: i momenti di “pausa” sono momenti di recupero o di crescita. Servono per entrare in sintonia con noi stessi in un mondo caratterizzato da ritmi frenetici che non permettono più di ascoltare e di dare spazio alle proprie emozioni e a quelle degli altri. È tutto troppo veloce, non c’è spazio per i sentimenti, è tutto troppo razionalizzato e contenuto in uno smartphone. C’è una malsana abitudine a riempirsi di attività, di cose da fare, di illusioni e di ciò che fanno gli altri. I momenti di pausa servono per alzare gli occhi dal nostro schermo e guardarci intorno, per analizzare il contesto e l’ambiente in cui ci muoviamo. Le competenze relazionali si imparano anche e soprattutto attraverso le interazioni visive e fisiche, non leggendo sui social. La gestione del contatto visivo, fisico e dello spazio intrapsichico e sociale si apprende sul campo. Eppure, siamo spaventati dalla noia, non sappiamo più stare in una condizione di attesa, neanche per pochissimo tempo: abbiamo bisogno di toccare costantemente quello schermo, di vedere se qualcuno ci ha cercato. Basti far caso come, anche fermi ai semafori, in quei pochi secondi di attesa, la maggior parte delle persone prende automaticamente il telefono in mano.

Mai più soli o illusoriamente in compagnia

La solitudine spaventa enormemente i ragazzi, per questo si riempiono di contatti illusori, si alimentano di quella sensazione di essere in contatto con gli altri, di essere parte di qualcosa, di essere “visti”, ascoltati e riconosciuti. Credere che ci sia sempre qualcuno che pensa a loro, a cui importa ciò che fanno, alimenta lo loro autostima. Questo circuito va a nutrire anche aree cerebrali che fanno scattare quella sensazione di piacere, di appagamento che cattura la loro attenzione e arriva a calamitarli davanti a quello schermo da cui, tante volte, non riescono a staccarsi. Non è solo un problema degli adolescenti, è un problema generazionale, anche di tutti quegli adulti che trasmettono questi disvalori ai più piccoli, normalizzando questo tipo di comportamenti.

Quasi il 40% dei preadolescenti dagli 11 ai 13 anni non si stacca mai dal suo cellulare e lo porta con sé  anche in bagno, rispetto al 51% degli adolescenti dai 14 ai 19 anni.

Sono dati allarmanti perché lo smartphone è già diventato, per la maggior parte dei ragazzi della e-generation, una protesi della loro identità, un contenitore che gestisce le loro emozioni e un oggetto di potenziale dipendenza.

Non significa non fargli usare lo smartphone in un’epoca tecnologica, significa insegnargli ad usarlo in tutte le sue potenzialità, senza diventarne dipendenti e schiavi.

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