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Emergenza Smartphone: cosa sta succedendo al cervello dei nostri figli?

di Alberto Pellai, Medico Psicoterapeuta dell'età evolutiva, Ricercatore, Dip. Scienze Biomediche dell'università degli Studi di Milano

19 novembre 2019

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“Solo Dio sa cosa sta succedendo al cervello dei nostri piccoli”

Questa frase non è stata pronunciata da un sacerdote o da un genitore ispirato ma è la domanda che si pone Sean Parker, imprenditore informatico statunitense che collabora coi vertici delle principali aziende informatiche (Facebook, Spotify, etc.).
Tutti noi genitori ci poniamo questa domanda osservando bambini e ragazzi che hanno sempre più spesso uno strumento tecnologico tra le mani. Oggi si parla di rete 5G, un’opportunità ormai quasi reale anche per la nostra nazione. Si elencano gli infiniti benefici per il singolo e per la comunità globale, si parla di telechirurgia e di sicurezza e di tanti altri scenari futuribili dove la tecnologia potrebbe essere la risposta ai mali del mondo, primo tra tutti il surriscaldamento del pianeta. Come non provare un sentimento di benevolenza per questa parte di progresso che ci consente conquiste impensate e che potrebbe davvero salvarci la vita?

Eppure la domanda sui nostri figli rimane. Bill Gates racconta di non aver concesso ai suoi figli un cellulare fino al compimento dei quattordici anni e Steve Jobs in diverse occasioni ribadì l’urgenza di limitare le tecnologie nelle mani dei ragazzi.

Come tenere insieme quindi l’interesse e la valorizzazione dei vantaggi legati alle tecnologie con le domande su cosa fa bene ai nostri figli?

La risposta è piuttosto semplice e nello stesso tempo difficilissima.

Dagli zero ai quattordici anni tutto è trasformazione. In questo tempo, il bambino prima e il preadolescente poi, deve mettere dentro di sè più mondo possibile e costruire moltissime competenze per allenarsi ad affrontare la vita. Manfred Spitzer, un celebre psichiatra universitario che ha scritto saggi scientifici di grande successo sugli effetti delle tecnologie nella vita di tutti, dal 2007, afferma che con l’avvento dello smartphone, circa un terzo del nostro tempo di veglia lo trascorriamo utilizzando uno supporto tecnologico, minori compresi.

Dalla notte dei tempi l’uomo ha appreso tutto attraverso l’esperienza reale, mentre da un decennio a questa parte una dose massiccia di esperienza passa attraverso uno schermo. Anche Spitzer, nel suo recentissimo saggio che si intitola – guarda caso – “Emergenza Smartphone” (pubblicato in Italia da Corbaccio ed.) si domanda come tutto questo influenzerà lo sviluppo del cervello dei bambini. Questo cambio di comportamento accelerato e rivoluzionario deve avere necessariamente un impatto sullo sviluppo del nostro cervello, specie su quello in età evolutiva, che si sviluppa per fasi, attraverso periodi di maturazione differenziati e necessita di stimoli adeguati alla propria capacità di elaborazione e gestione. Sappiamo bene che non possiamo dare da leggere un romanzo di mille pagine ad un bambino di sei anni e in effetti ai piccolini proponiamo letture che sono “a loro misura”. Invece, spesso, bambini di 3-6 anni si ritrovano a gestire uno schermo e una tastiera proprio identica a quella posseduta dai loro fratelli maggiori oppure dai loro genitori. Chiaramente, questo annulla ogni principio educativo associato al concetto di fase specificità”.

È da piccoli che siamo più che mai predisposti alla meraviglia e alla sorpresa. Nessuno meglio di un bambino sa inventare, guardare, sperimentare e osare.

Davvero, i nostri bambini, definiti “nativi digitali”, ma in realtà ormai diventati “natanti digitali” (considerato che vivono immersi nella tecnologia e circondati dagli schermi fin dalla più tenera età), svilupperanno un cervello differente rispetto a quello di noi genitori che li abbiamo messi al mondo? La ricerca neuroscientifica sembra dirci che è probabile. L’evidenza la avremo solo tra 20-30 anni quando il funzionamento mentale dei nostri figli, ormai adulti, potrà essere studiato con le tecniche di neuroimaging più sofistica. Solo allora sapremo tutta la verità. Non dimenticate però che ci sono voluti quasi 100 anni per arrivare a dire in modo inequivocabile che il tabacco rappresenta uno dei fattori di rischio più pericolosi per la nostra salute organica. E quando l’abbiamo pututo affermare a voce alta, molti danni causati dal tabacco, per molte persone, purtroppo, erano già irrimediabili.

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