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Cosa dire ad un figlio che sta ascoltando musica piena di parolacce

di Alberto Pellai, Medico Psicoterapeuta dell'età evolutiva, Ricercatore, Dip. Scienze Biomediche dell'università degli Studi di Milano

10 febbraio 2020

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Ovvero come trasformare la musica in un ponte di comunicazione intergenerazionale.

La musica è un ponte di comunicazione incredibile tra genitori e figli e di questo noi mamme e papà dovremmo esserne più consapevoli.

Negli ultimi anni abbiamo considerato un’emergenza educativa la tipologia di canzoni ascoltate dai nostri figli, spesso perché nei testi dei rapper e dei trapper che loro amano di più, sono raccontate situazioni molto problematiche e utilizzate parole che non vengono ammesse dalle regole della buona educazione sostenuta in famiglia. Perciò spesso molti genitori utilizzano il criterio del divieto e della censura, dicendo “Non hai più il permesso di ascoltare questo genere di musica in casa nostra oppure nella nostra auto”. I ragazzi allora si mettono le cuffiette nelle orecchie e ascoltano in totale isolamento  ciò che noi non gli abbiamo concesso di ascoltare in compresenza.

Se da una parte, mettere limiti e confini ai comportamenti problematici dei figli è molto importante soprattutto in preadolescenza e adolescenza, dall’altra l’idea di censurare e vietare l’ascolto di un brano musicale spinge i figli a fare la cosa proibita in territori in cui  noi non siamo presenti. Ecco spiegato il loro ricorso alle cuffie. Per noi genitori sarebbe invece molto più utile entrare “dentro” i contenuti da loro prescelti e preferiti, aiutarli a sviluppare pensiero critico ed eventualmente provocare un acceso dibattito in cui ci qualifichiamo non come gli adulti “che tolgono”  bensì come gli adulti che discutono.

Ecco un esempio tratto dalla mia esperienza famigliare: un giorno ascolto la canzone che mia figlia faceva uscire dal suo cellulare connesso col bluetooth dell’automobile. Il testo era imbarazzante per la quantità di parole e scene volgari in esso presenti. Decido allora di parlarne con lei, che ai tempi aveva appena cominciato la scuola superiore.

“Cosa ne pensi, Alice, della canzone che stiamo ascoltando? A me sembra veramente troppo fuori dalle righe”
“Tu papà non capisci niente delle cose di noi ragazzi” (notare che sono uno psicoterapeuta dell’età evolutiva)
“Sarà anche che vengo dall’era mesozoica, ma mi pare che questa canzone sia infarcita di parolacce e soprattutto che il rapper in questione tratti nel peggior modo possibile la ragazza di cui sta cantando le doti”.
“Papà lui le vuole bene, ma le parla in un modo che voi non potete capire”.
“Alice, un conto è parlare, un conto è offendere. Le dice le più brutte parole che un uomo può dire a una donna”.
“Papà, ma sono parole normali, tra ragazzi. Siete voi adulti che non le sapete comprendere”.
“Che strano Alice. Da quando sei nata, vengo a svegliarti al mattino e ti dico un sacco di parole belle. Ti chiamavo “pulcino” o “cucciolo” quando eri piccola. Adesso ti sveglio dicendoti “tesoro” oppure “Big girl” oppure usando aggettivi come “Bellissima” o “Bravissima”. Non avevo capito che era un modo antiquato di rivolgersi ad una figlia e che voi preferite essere chiamati con parole volgari, che tra l’altro descrivono la professione più antica del mondo. Quindi domattina quando ti sveglio, dovrei abbinare al tuo nome quelle parole moderne che ho sentito nella canzone?”

A questo punto ho provato a farle una simulazione del risveglio della mattina successiva, ovvero a chiamarla con le parole presenti nella canzone. Quelle che, secondo lei, mi rendevano preistorico, perché ritenuto non in grado di comprenderle.
Alice è rimasta di ghiaccio. Ha immediatamente visto la correlazione che esiste tra il modo in cui in famiglia abbiamo imparato a scegliere le parole per parlare bene di chi ci vive accanto e il modo in cui tale operazione veniva invece svolta dal suo rapper di fiducia.
Quando le ho chiesto “Alice, allora domani con che stile ti devo svegliare? Quello del rapper o quello del papà?” lei ha sorriso e mi ha detto: “Continua pure a svegliarmi col tuo stile da preistorico. Mi piace di più”.

In questo breve episodio, vi ho fornito  un esempio di cosa significa imparare a parlare con i figli, invece di giudicare o censuare senza possibilità di dialogo.

E un altro consiglio che ritengo davvero valido è quello in base al quale, quando condividiamo viaggi in auto con i figli, la regola potrebbe essere che si ascolta una canzone scelta da loro e una scelta invece da noi genitori. Questo permette di confrontare generi e modi differenti di  fare musica e ci consente anche di mettere a disposizione dei nostri figli l’ascolto di brani che possono appassionarli perché particolarmente belli o perché contengono temi di rilevanza universale, perciò senza tempo.  Penso che anche ai nostri figli, canzoni come “Imagine” di J.Lennon, “Bohemian Raphsody” dei Queen, “Space oddity” di D.Bowie oppure “Your song” di E. John non li lascino indifferenti. Allo stesso tempo ascoltare alcune canzoni dei loro autori preferiti potrebbe sorprenderci per l’originalità, la profondità  e la bellezza dei testi. I miei figli, per esempio, mi hanno insegnato ad apprezzare artisti come Coez, I Pinguini Tattici Nucleari, Rancore, Murubutu che hanno scritto brani decisamente stupefacenti.

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