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Coronavirus: informarsi senza farsi prendere dal panico

di Roberto Burioni, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia

2 marzo 2020

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Siamo in piena emergenza coronavirus: vediamo di non farci prendere dal panico e capirne qualcosa di più.

Prima di tutto il nuovo virus si chiama SARS-CoV2 e provoca una malattia respiratoria non trascurabile chiamata COVID-19.

Da dove viene questo virus che causa la malattia COVID-19?

Non viene da laboratori militari, non viene dagli alieni, non viene da un complotto delle case farmaceutiche. Viene semplicemente dagli animali come tutti i virus che affliggono l’uomo.

Come è arrivato all’uomo?

Mediante un avvenimento che si chiama “spillover” Questo non ci sorprende per nulla, visto che gli spillover causati dai coronavirus sono piuttosto frequenti e sono avvenuti più volte in passato, e quelli che hanno avuto successo nell’adattarsi all’ospite continuano a circolare. Uno si chiama NL63, e il suo spillover è datato tra il tredicesimo e il quindicesimo secolo; un altro 299E, e ce lo siamo trovato tra i piedi tra il Settecento e l’Ottocento. Un terzo, OC43, ci ha attaccato intorno al 1890. Per vie traverse, anche loro dai pipistrelli sono arrivati all’uomo e sono diventati virus umani. Non li abbiamo annientati, ma abbiano trovato il modo di conviverci senza troppi danni: sono diventati la causa di un banale raffreddore, anzi di circa il 10% dei banali raffreddori che ci colpiscono ogni inverno. Gli ultimi tre spillover, al contrario, sono stati più tragici. SARS nel 2002, MERS nel 2012 e questo COVID-19 ora hanno causato problemi gravi, e l’ultimo li sta attualmente causando.
COVID-19 appare essere un virus molto contagioso, con un tasso basico di riproduzione di circa 2. Questo significa che un paziente malato, in media, ne contagia due. In realtà la situazione è molto più complicata, visto che sono stati descritti degli individui “superspreader”, sarebbe a dire super diffusori. In questi casi, rari ma non troppo, un singolo paziente può infettare decine di altri individui. Uno dei motivi dell’alto numero di casi in Corea del Sud sembra essere proprio dovuto a una signora di 61 anni che, affiliata a una setta religiosa, ha infettato un gran numero di suoi confratelli di fede.
Il virus, in ogni caso, è apparso in Cina intorno ai primi di dicembre, e si è diffuso inizialmente nella città di Wuhan, che a causa della grave epidemia è stata poi messa in quarantena insieme a tutta la regione. La reazione della Cina è stata encomiabile dal punto di vista scientifico, visto che il virus è stato immediatamente isolato e la sua sequenza nucleotidica è stata messa generosamente a disposizione di tutto il mondo. Meno dal punto di vista della comunicazione: anche se non si sono fortunatamente ripetuti i vergognosi ritardi avvenuti con la SARS anni fa, medici che segnalavano la gravità dell’epidemia sono stati arrestati e sicuramente la reazione è stata ritardata da queste scelte di poca trasparenza.
Il virus ha circolato ampiamente in Cina e poi ha iniziato a diffondersi in altri paesi; tra questi purtroppo l’Italia. Nel momento in cui questo articolo viene scritto (28 febbraio) i casi confermati di SARS sono 650 e si contano già 17 morti. La percentuale di letalità di questa infezione, seppur da dati ancora molto incompleti che potrebbero sottostimare notevolmente il numero di casi, appare più alta che altrove. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che la nostra, purtroppo, è una nazione vecchia. In Cina la popolazione con più di 65 anni era nel 2019 del 12,3%, In Italia la popolazione con oltre 65 anni ad inizio 2019 era del 22,8% (dato di Chiara Sumiraschi, UniBocconi). Particolarmente preoccupante è anche il numero di pazienti che sono ricoverati in terapia intensiva: 56, una percentuale vicina al 9%. Questi numeri, per quanto iniziali, mostrano chiaramente alcuni elementi di grande importanza.
Il primo, la contagiosità e la relativa pericolosità del virus, che si diffonde in maniera estremamente veloce e non trova ostacolo in vaccini, farmaci o presistente immunità. Il secondo, l’alta mortalità che può causare in un contesto demografico in cui le persone anziane sono in gran numero. Il terzo, quello forse più importante, l’evidenza che una eventuale diffusione di questa infezione potrebbe mettere a dura prova la capacità del nostro sistema sanitario, in particolare saturando la disponibilità di posti letto in reparti di terapia intensiva. Questo potrebbe da un lato portare a una maggiore mortalità dall’infezione virale, dall’altro rendere complicata la terapia di altre patologie che richiedono un supporto intensivo, che ovviamente continuerebbero a presentarsi con la solita frequenza.

Per questi motivi è opportuno ostacolare con la massima energia, come si sta facendo nel nostro Paese, la diffusione di questa infezione con la diagnostica precoce, l’isolamento dei casi e il tracciamento dei contatti.

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