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Figli che non parlano. Come si conquista la fiducia di un adolescente?

15 settembre 2020

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Arriva una fase in cui i figli sembra che perdano le parole, che mugugnino frasi nonostante abbiano acquisito tutte le competenze linguistiche. Quando erano bambini era un po’ il contrario, spesso era difficile farli stare in silenzio, mentre durante l’adolescenza, alcuni di loro calano in una sorta di “mutismo selettivo”, soprattutto in famiglia. Decidono con chi e quando parlare, e tante volte, non si riesce a capire quando questo comportamento possa essere considerato normale e quando invece intervenire.

Ci sono tanti aspetti fisiologici del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, non sempre il silenzio è una manifestazione di malessere, non sempre si ha voglia di parlare, non sempre parlare fa bene, soprattutto quando si è forzati. Comprendo che un genitore voglia essere sempre informato sulla vita del figlio, ma crescere significa anche ritagliare i propri spazi, preferire la condivisione con gli amici, con i propri pari, prendere le distanze dai genitori e affermare la propria autonomia. Il silenzio di un figlio è anche un diritto, non esiste una ragione per cui si debba obbligare a raccontare tutta la sua vita, perché dovrebbe obbligatoriamente parlare quando decide il genitore, magari per sedare la sua ansia. Madri e padri tendenzialmente pensano immediatamente male, quando non capiscono cosa possa essere successo, ipotizzano sempre qualcosa di negativo. I tempi di un figlio non sono per forza quelli del genitore. Ci sono ragazzi che hanno più facilità comunicativa, sono più estroversi, maggiormente abituati a raccontarsi e altri, invece, che hanno bisogno di più tempo e magari di un ambiente più accogliente. Non è facile ascoltare in maniera empatica, con una modalità di ascolto attiva, lasciando spazio all’altro, ai suoi vissuti e alla sua narrazione. Tanti genitori vogliono andare subito al dunque o hanno uno sguardo carico di tensione e di ansia che spesso inibisce il figlio. Le reazioni negative di un genitore inibiscono la conversazione. Non bisogna scattare come molle, fare sguardi di dissenso, di rabbia o di delusione.

Altre volte si fa anche involontariamente l’errore di sminuire ciò che gli viene detto dimenticando che per lui può avere un’importanza vitale. Calarsi nei panni dell’altro significa provare a vedere il mondo con i suoi occhi senza perdere il proprio ruolo genitoriale perché un figlio non ha bisogno di altri amici.

In tanti casi i ragazzi non si sentono pienamente capiti e non si fidano dei genitori. Hanno paura che ciò che gli confidano non rimanga un segreto, che venga divulgato il contenuto della loro conversazione, rendendo sempre partecipe tutta la famiglia. In questo caso si possono stabilire dei limiti relativi a ciò che può rimanere riservato e ciò che non si può nascondere all’altro genitore.

Come si conquista la fiducia?

Per entrare nel mondo dei figli per prima cosa non si devono avere pretese. Se non sono stati abituati fin da bambini a un confronto continuativo con il genitore, difficilmente lo faranno da adolescenti con spontaneità. La fiducia di un figlio va conquistata.

In secondo luogo, non serve trasformarsi in investigatori e invadere la loro privacy anche forzatamente. Se lo dovessero scoprire si andrebbe ad intaccare il legame, il figlio si sentirebbe tradito, ancora più incompreso e solo. Non è spiandolo, mettendogli gli investigatori privati dietro, forzando la loro privacy online che si conosce un figlio perché si otterrebbero comunque informazioni decontestualizzate. Gli interventi drastici servono per contrastare comportamenti drastici e dannosi ma si deve evitare il più possibile di arrivare a un punto di rottura.

Davvero non ascoltano o tante volte è il genitore che non fa le domande giuste e sbaglia il modo di relazionarsi?

Nella mia vita ho incontrato migliaia di ragazzi e mi sono sempre più convinta che i figli spesso conoscono i genitori molto meglio di quanto loro possano pensare. Anche quando sembra che vivano una vita parallela, l’attenzione sui movimenti genitoriali e su quello che accade all’interno delle mura domestiche non cala mai. Tante volte evitano di parlare perché conoscono già le parole che gli verranno dette e la prevedibile sequenza di frasi fatte.

Quando una relazione non funziona in genere c’è un problema di comunicazione.

L’incapacità dell’uomo di comunicare è il risultato della sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto” sosteneva Carl Rogers.

Non è sempre impossibile parlare con un figlio, a volte va cambiata la modalità. È indubbio che non sia sempre facile perché a volte sono veramente blindati, ma ribadisco, anche quando si lamentano, apprezzano il fatto che si cambi modalità e che non si smetta di provarci.

Siamo in grado di fargli le domande giuste e soprattutto di ascoltare le risposte?

Le domande dovrebbero essere incentrate su ciò che provano, che sentono, che vivono, non solo sulle loro prestazioni e comportamenti, senza aspettative di ottenere tutto e subito. A volte bisogna ritentare più volte e fare dei piccolissimi passi alla volta.

Non sempre vogliono risposte, non sempre cercando chi gli dice sempre come si devono comportare e cosa è giusto o è sbagliato, spesso e volentieri vogliono solo essere ascoltati senza essere giudicati. Tante volte le loro sono richieste di rassicurazioni. Hanno bisogno di esternare ciò che hanno dentro e di essere prima visti e poi capiti. Dirgli subito cosa fare, in che modo risolvere il problema, rischia solo di interrompe il flusso emotivo, la relazione, la condivisione e può generare un rifiuto da parte del figlio.

In conclusione, rimane sempre valida una frase di Einstein: “se vuoi capire una persona, non ascoltare le sue parole, osserva il suo comportamento.” Nella maggior parte dei casi le risposte le abbiamo davanti ai nostri occhi.

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