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“Non intervenire e fatti gli affari tuoi”. Un insegnamento (sbagliato) che tanti genitori stanno trasmettendo ai figli

di Maura Manca, Psicologa

15 settembre 2020

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Educare un figlio non è per niente facile. Un genitore non vorrebbe mai che gli possa accadere qualcosa di spiacevole e cerca sempre di dargli indicazioni tali da garantire la sua tutela. Sto sentendo sempre più di frequente madri e padri che suggeriscono ai figli di non intervenire in soccorso degli altri quando si trovano in situazioni in cui possono essere coinvolti anche loro in prima persona.

Il caso del giovane Willy è stato eclatante. Lui, piccolo uomo dal grande coraggio è andato in soccorso ad un suo amico e ci ha rimesso la vita. Non poteva pensare di diventare la preda di un branco senza valori assetato di violenza e sangue. Un gesto altruistico che gli è costato la vita.

È vero che purtroppo capita che difendere qualcuno amplifichi in specifiche circostanze il rischio di diventare vittima delle stesse prepotenze, come spesso accade anche  negli episodi di bullismo quando, nel prendere le difese della vittima, si diventa il bersaglio dei bulli. Con la paura e con il non intervenire in sostegno degli altri però, non si va a contrastare la violenza, viene resa solo più forte.

La paura che possa accadere qualcosa anche al proprio figlio sta inducendo a consigliare ai figli di farsi gli “affari propri”, di non mettersi in mezzo in determinate situazioni, di starne alla larga. Umanamente è comprensibile, ma attenzione perché potrebbe essere un’arma a doppio taglio e un insegnamento che va a rendere i ragazzi meno empatici e più egoisti. Il comportamento prosociale può essere definito come “un comportamento diretto ad aiutare o beneficiare un’altra persona o un gruppo di persone, senza aspettarsi ricompense esterne” (Mussen e Eisenberg, 1985). L’empatia e l’altruismo alimentano lo sviluppo morale e aiutano il bambino a sviluppare il senso dell’altro, competenze di cui sono carenti i ragazzi violenti.

Contro queste forme di soprusi bisogna fare gruppo e alleanza, non si deve rimanere chiusi in se stessi e impauriti. Non si dovrebbe mai smettere d’incoraggiare il proprio figlio ad aiutare, condividere e cooperare. Solidarietà è “un sostantivo indicante principalmente una forma di impegno etico-sociale a favore di altri, ovvero un atteggiamento di benevolenza e comprensione che si manifesta fino al punto di esprimersi in uno sforzo attivo e gratuito, teso a venire incontro alle esigenze e ai disagi di qualcuno che abbia bisogno di un aiuto” come leggiamo su Wikipedia e tutti possiamo prima o poi nella nostra vita avere bisogno di un gesto solidale.

Purtroppo stiamo assistendo con sempre maggiore frequenza anche alla tendenza opposta: si riscontrano numerosi casi in cui, al contrario, dei ragazzi, anche giovanissimi, hanno perso la vita perché nessuno è intervenuto in loro soccorso, neanche gli amici. Questo atteggiamento mi lascia molto perplessa e mi fa riflettere sul ruolo e sul senso dell’amicizia. Ad un amico ci dovrebbe legare un sentimento profondo, gli vogliamo bene, vogliamo il suo bene e non lo lasceremo mai per terra privo di sensi, senza sapere se è vivo o se è morto. La risposta più frequente dei ragazzi al perché lo avete fatto è: “per paura”, “per timore delle conseguenze”, per le ritorsioni eventuali di quel gesto, comprese le punizioni dei genitori. Per paura delle conseguenze si rischia di lasciar morire o di creare danni permanenti ad un amico. Sembra assurdo, ma è proprio così: sono le due facce della stessa medaglia. C’è chi rischia la propria vita per aiutare gli altri e chi non si interessa e li lascia in difficoltà o nei casi estremi anche morire.

Allora come si può intervenire?

Invece di ragionare in termini di giusto o di sbagliato, bisogna insegnargli a fare una valutazione critica della situazione, anche quando c’è pochissimo tempo per pensare, ancor prima di intervenire. Devono imparare a fare un’analisi del caso e capire che tipo di aiuto è più efficace senza che gravi sulla propria persona. Magari in certe circostanze non è il caso di intervenire da soli per evitare il peggio, in altre si può chiamare aiuto e rivolgersi a chi è più adatto a risolvere la situazione senza che nessuno si faccia male. Ci sono tante soluzioni e i ragazzi devono imparare a pensare alle varie strategie di problem solving, non a smettere di aiutare gli altri e fare il gioco dei violenti.

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