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I ragazzi che pensano danno fastidio

di Maura Manca, Psicologa

7 gennaio 2021

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Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi”, sosteneva Rita Levi Montalcini.

I ragazzi che pensano sono più impegnativi rispetto a chi accetta tutto in maniera passiva. I ragazzi che pensano danno fastidio a chi non vuole essere messo in discussione, a chi non vuole impegnarsi a dare spiegazioni e rivedere eventualmente anche la sua posizione. Rispettare le regole non significa sottomettersi passivamente senza analizzare quella specifica situazione in maniera critica ed esprimere eventualmente il proprio dissenso in maniera pacifica ossia costruttiva.

Avere davanti ragazzi che pensano è impegnativo perché bisogna essere degli esempi e soprattutto richiede coerenza affinché i ragazzi non abbiamo un pretesto su cui fare leva.

Le regole vanno rispettate e poi spiegate. Rispettare le regole non significa doversi sottomettere anzi, per poter parlare e contestare bisogna essere per primi coerenti e rigorosi. È un concetto importante da trasmettere agli adolescenti perché a volte si subiscono ingiustizie oppure vengono violati i diritti di una persona e quando i ragazzi sono in grado di riconoscere questa violazione e protestano in modo pacifico, le loro azioni dovrebbero essere letto come un successo educativo perché rappresentano il frutto di un pensiero autonomo.

Non significa non riconoscere le regole, violarle e deviare, ma mettere in discussione, provare a cambiare le cose e cercare una soluzione. La devianza è una cosa, lottare per i propri diritti è ben altra. Significa avere le idee chiare, dei valori e dei modelli di riferimento. Perché devono aver paura di dire quello che pensano se lo fanno nel rispetto dell’altro? Perché dobbiamo impedirgli di farlo? Perché sottolineiamo sempre gli aspetti negativi dei loro comportamenti, li critichiamo spesso creando un muro tra le due generazioni?

Se non parlano non va bene perché non pensano. Se parlano non va bene perché si ribellano. Ma cosa devono fare allora questi ragazzi?

Quando sposano la loro causa, la loro giusta causa, quando hanno un pensiero critico e costruttivo dobbiamo rinforzarlo e abituarli al confronto, alla giusta “ribellione”, a credere in qualcosa e battersi per ciò che reputano importante.

Dobbiamo stargli vicino nelle giuste cause e spegnere il fuoco delle battaglie fini a se stesse. Dobbiamo rinforzare i loro comportamenti propositivi e mirati al cambiamento.

Se lottano per una giusta causa dobbiamo essere per loro alleati e guide, facendogli capire che “manifestare con la violenza per una giusta causa significa non solo invertire l’intenzione, ma anche andare a colpire persone innocenti” (E. Breda).

Un figlio che mette in discussione in maniera critica e costruttiva, che vuole capire il perché, è un figlio che pensa e un figlio che pensa non è condizionabile.

 

 

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