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COVID-19: la comparsa e il contagio

di Roberto Burioni, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia

1 febbraio 2021

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Nell’ultima parte del 2019 si è verificato, in Cina, un evento drammatico dal punto di vista medico e virologico: la comparsa di un nuovo agente patogeno virale attraverso il fenomeno chiamato “spillover”.

Gli addetti ai lavori definiscono spillover il passaggio all’uomo di un virus che solitamente infetta gli animali. Non è semplice che questo avvenga in quanto molte sono le differenze fra le cellule del nostro organismo e quello di un qualsiasi animale. Le condizioni necessarie perché ciò si verifichi sono sostanzialmente due: il contatto con gli animali e, cosa non scontata, la capacità del virus animale di replicare all’interno del nostro organismo. Pare banale dirlo ma la probabilità di essere infettati da un virus animale è tanto maggiore quanto più alta è la frequenza con cui si entra in contatto con gli animali. Soprattutto animali vivi ma anche con la loro carne macellata o le loro deiezioni. Questa condizione è, ahimè, molto frequente in Cina dove, come nel caso del mercato di Wuhan, animali vivi sono venduti insieme alle loro carni macellate.

Il contatto con l’animale non è, però, sinonimo di infezione certa per l’uomo. Se fosse così, saremmo continuamente soggetti al cimurro canino o a una qualsiasi infezione dei nostri amici animali. Così non è, o per meglio dire, non lo è nella stragrande maggioranza dei casi. Perché? Perché un virus per infettare deve essere in grado di adattarsi alle condizioni presenti nel nostro organismo che, come detto, sono molto diverse da quelle di un animale. Il primo punto cruciale è la capacità di entrare all’interno delle nostre cellule. Per farlo, un virus deve avere la chiave giusta, e spesso i virus animali non ce l’hanno. A volte, però, alcuni virus hanno delle chiavi “simili” (“anti-recettori virali”). Non perfette per le serrature delle nostre cellule (i cosiddetti “recettori virali”) ma che, con un po’ di sforzo, possono aprirne le porte. Questo avviene piuttosto frequentemente nei coronavirus. Prova ne sia che negli ultimi 20 anni per ben due volte coronavirus “anomali” sono riusciti a forzare le nostre serrature causando due epidemie: la SARS e la MERS. Questa in corso, purtroppo, è stata la terza ed ha avuto, per motivi che vedremo, un successo molto maggiore delle precedenti.

Perché lo spillover sia coronato da successo, il virus, dopo avere infettato l’uomo, deve diventare capace di essere trasmesso da un individuo all’altro. Per far questo è necessario che il virus si adatti non solo a replicarsi, cioè ad aumentare di numero, nei soggetti infettati ma deve anche essere in grado di “forzare la serratura” delle cellule di un altro essere umano per poter dare il via alla catena di contagi. Il problema è che alcuni virus, fra cui i coronavirus, sono in grado di “limare” la propria chiave di accesso rendendola sempre più fluida nell’aprire la serratura delle cellule umane. Tecnicamente questi virus si “adattano al nuovo ospite” a seguito al fissarsi di mutazioni genetiche.

Quello descritto è un evento tutt’altro che raro nella storia del mondo. Il virus del morbillo, per esempio, è derivato dal virus della peste bovina a causa di uno spillover che si è verificato intorno al XII secolo nelle comunità che vivevano gomito a gomito con i bovini. Insomma, l’apparire improvviso di un nuovo virus sulla scena è un evento raro, ma già accaduto. Dai bovini il morbillo, dagli scimpanzé l’HIV, dai cammelli e dai dromedari la MERS, da piccoli mammiferi la SARS. Ancora non sappiamo l’esatto percorso, ma nello stesso modo è arrivato all’uomo anche il nuovo coronavirus SARS-CoV-2, partendo quasi certamente dai pipistrelli. Il drammatico successo di questa infezione, che si è diffusa molto velocemente nel mondo, è dovuta alla notevolissima contagiosità di questo virus e ad alcuni particolari modalità che la contraddistinguono.

Gli spillover avvenuti negli anni recenti da parte di coronavirus (SARS e MERS) non sono stati seguiti da una pandemia, mentre COVID-19 si è diffuso in una maniera senza precedenti. E’ giusto chiedersi perché. La spiegazione è tutto sommato semplice: mentre i pazienti malati di SARS erano infettivi praticamente solo in presenza di sintomi, quali febbre e disturbi respiratori, SARS-CoV-2 viene diffuso in maniera estremamente efficiente anche da pazienti asintomatici comprendendo in questa denominazione sia coloro che sviluppano la malattia in assenza di sintomi (o con sintomi minimi), sia coloro che stanno per ammalarsi ma che non hanno ancora sviluppato sintomi, o che hanno sintomi molto lievi che non ostacolano le normali attività quotidiane. La contagiosità e di conseguenza la pericolosità di questo virus, a mio giudizio, apparve in tutta la sua chiarezza quando alla fine di gennaio fu descritto un caso di contagio in Germania.

Una donna cinese era arrivata in Germania per motivi di lavoro il 19 gennaio, partendo da Shangai. Era in perfetta salute. Il 20 e il 21 gennaio, ancora in salute, la signora ha partecipato a meeting di lavoro ai quali erano presenti colleghi tedeschi che non erano mai stati in Cina. Il 22 la signora cinese è ripartita dalla Germania, ma durante il lungo volo per la Cina si è sentita male. All’arrivo sono stati eseguiti gli esami che hanno dimostrato che la signora era infettata dal coronavirus. Il 24 gennaio uno dei partecipanti ai meeting di lavoro si è ammalato; il 28 gennaio si sono ammalati altri tre tedeschi, dei quali solo uno aveva avuto contatto con la collega cinese. Tutti avevano contratto il coronavirus.

Si è poi cominciato a discutere se la signora cinese era completamente priva di sintomi o meno, ma la discussione – per l’appunto – era di lana caprina. Una persona stava tutto sommato bene, aveva condotto una normale attività lavorativa e aveva diffuso il virus. Le premesse per una diffusione massiccia, a quel punto, c’erano tutte. E la diffusione c’è stata.

La contagiosità di questo virus non è stata immediatamente compresa, ma è molto alta, superiore a quella delle comuni infezioni virali e soprattutto superiore a quella della contagiosissima influenza. Ne è la prova che in questo momento (gennaio 2021) le sindromi virali respiratorie stagionali e l’influenza sono in netto calo grazie alle misure che vengono prese per contrastare la diffusione di COVID-19 (mascherine, distanziamento, etc), mentre il COVID non viene ancora tenuto sotto controllo.

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