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Perché è fondamentale saper ascoltare i figli? Ecco alcuni consigli pratici per allenare l’ascolto

di Maura Manca, Psicologa

6 aprile 2021

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Ascoltare vuol dire capire ciò che l’altro non dice.” (Carl Rogers)

Sembra un paradosso ma a volte si ha paura di ascoltarli veramente. Non è facile ascoltare un figlio quando soffre, quando non sta bene, quando racconta delle dure verità, quando magari non si sono viste tante cose che si potevano vedere. L’ascolto però è quella condizione necessaria per riuscire a dargli un solido appoggio emotivo, per fargli sentire la presenza. Anche loro sono carichi di paure, non è vero che gli scivola tutto, anzi, spesso, più fanno i duri, più sono fragili, hanno una corazza, sono orgogliosi, non la vogliono “dare vinta” al genitore e questo braccio di ferro non è espressione di forza, ma di vulnerabilità e bisogno di riconoscimento.

Quando vengono effettivamente ascoltati nel loro essere, anche nei modi “sbagliati” di manifestare il loro mondo interno, cambiano atteggiamento, aprono quella porticina che sembrava blindata e piano piano fanno entrare il genitore.

Aprirsi all’altro fa paura anche perché viviamo in una cultura in cui viene trasmesso che bisogna essere forti e che aprirsi significa scoprire un fianco, essere vulnerabili.

L’ascolto è uno strumento potentissimo che permette di entrare in contatto con l’altro. Per questa ragione bisogna capire la sua importanza e allenarsi. Ci vuole pazienza perché si trovi una modalità efficace soprattutto quando le dinamiche precedenti erano basate su una modalità poco funzionale. Non si può pensare che possa cambiare una relazione problematica o in alcuni casi legami basati su dinamiche patologiche, con uno schiocco di dita. E non si può neanche gettare subito la spugna e pensare che sia una perdita di tempo se i risultati non sono immediati. Serve pazienza, allenamento e fiducia in quello che si sta facendo. Allenare l’ascolto è molto difficile, ma è la chiave per il successo familiare.

Non c’è ascolto senza empatia: “Avevo paura di raccontare cosa mi fosse successo, non c’è niente di più perforante dello sguardo di una persona a cui fai pena. L’empatia è un’altra cosa: chi è empatico capisce, si cala nei tuoi panni, ti fa sentire il più normale possibile perché comprende davvero il tuo stato d’animo. A volte hai solo bisogno di presenza, non di parole, non ti servono risposte o soluzioni, ti serve semplicemente sapere che l’altra persona è lì” (tratto da Leggimi nel pensiero di Maura Manca).

La mancanza di ascolto porta spesso a incomprensioni e discussioni, se non a litigate. Ascolto è anche cambiare punto di vista: “L’essere perennemente incompresa lo vivo come una condanna, una sofferenza profonda: litigo spesso con i miei genitori, soprattutto con mia madre, perché vorrei che fossero diversi e che si sforzassero di capire anche il mio punto di vista. (tratto da Leggimi nel pensiero di Maura Manca).

Come diventare un bravo “ascoltatore”? Ecco i presupposti di base

Ascoltare in maniera attiva significa settarsi sull’altro e voler comprendere a fondo il suo vissuto e quello che sta succedendo.

  1. Silenzio. Raccontarsi, soprattutto se si parla di contenuti che pesano a livello emotivo richiede uno sforzo ed è per questo che si devono rispettare i tempi di chi abbiamo di fronte. Non ci devono essere interruzioni o soluzioni immediate che interrompono la conversazione e raggelano la componente emotiva. Ascolto attivo non significa rimanere impassibili ma reciprocità. Sento quello che l’altro mi dice, non mi faccio invadere, non lo agisco, cerco solo di comprendere se voglio veramente essere d’aiuto. Spesso i figli non parlano per la paura delle reazioni dei genitori. Tanti genitori mi ripetono innumerevoli volte questa frase: “quando ha bisogno io ci sono”. Perché solo quando ne ha bisogno? Perché non sempre? Perché se lo sanno non parlano lo stesso? È importante rispondere a queste domande per sbloccare i meccanismi che bloccano l’ascolto e quindi di conseguenza la comunicazione.
  1. Serve effettuare un’attenta osservazione del nostro interlocutore. Bisogna ricordarsi che noi parliamo anche con il nostro corpo, con le espressioni facciali, con lo sguardo, con il tono della voce, con le pause. È importante ascoltare anche i non detti e i segnali del corpo. Non serve essere un profiler, serve essere genitori attenti all’insieme e non solo alle parole. Io posso dire che sto bene quando poi il mio viso, lo sguardo, la mia chiusura dicono il contrario.
  1. È importante che ci sia interesse e presenza non solo fisica, soprattutto emotiva e mentale: “Ci sono, io sono qui per te”. È importante evitare distrazioni, pensare ad altro, esseri lì fisicamente e non con la mente. Non vanno bene neanche le frasi di circostanza tanto per far vedere che state ascoltando. I figli rischiano di sentirsi presi in giro. Se non percepiscono interesse si chiudono e lo faranno anche per le cose più importanti. Per questo è importante ascoltare tutto, non solo ciò che è importante per voi. Non sono ragazzate o cose superficiali, calatevi nei loro panni, per loro in quel momento sono di fondamentale importanza.

Qualche consiglio pratico

  • Siate curiosi, quella curiosità che aiuta a comprendere cosa realmente sia successo, non spinti dalla voglia di controllare.
  • Chiedete che vi facciano degli esempi. Un specifica parola o situazione per voi può avere un significato e per un figlio un altro. Cercate di capire cosa intendono loro.
  • Non c’è niente di più bello che avere la voglia di esserci. Non serve tanto tempo, si può essere presenti anche quando non si è vicini fisicamente.

L’ascolto li rende compresi, capiti e riconosciuti e quindi più sicuri e forti.

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