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L’empatia non si sviluppa dicendo a un bambino o a un adolescente come si deve comportare

di Maura Manca, Psicologa

29 dicembre 2021

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L’errore di fondo è credere che le emozioni si possano insegnare con le parole e che l’empatia si sviluppi dicendo a un bambino o a un adolescente come si deve comportare. Il nostro cervello non funziona così, le emozioni non si insegnano, si vivono. Solo se si fa esperienza pratica e diretta il cervello apprende, immagazzina e fa proprio. Serve anche la ripetizione, la costanza, non basta mettersi una volta nei panni degli altri per imparare ad essere empatici. Essere empatici significa appunto essere, ossia lavorare sull’identità; come possiamo pensare che l’identità si strutturi solo con tante belle parole o senza un ambiente che permetta di sperimentarsi e di apprendere anche in modo indiretto, attraverso i comportamenti di chi sta intorno? Se un genitore vuole favorire lo sviluppo emotivo e l’empatia di un figlio, fondamentale per una equilibrata e pertinente relazione con gli altri e con se stesso, deve esserlo anche lui e insegnarglielo attraverso i suoi comportamenti. Il figlio non è un computer che va programmato, il figlio va educato nel senso di favorire un corretto sviluppo, anche cerebrale, che gli permetta di esprimersi.

Ma io glielho detto”, “Io glielo ripeto sempre”, evidentemente non basta. Basti pensare anche al comportamento di noi adulti: facciamo tante cose che sappiamo di non dover fare, siamo consapevoli che non favoriscono il nostro benessere, eppure le facciamo; ci hanno detto di non farle, ad esempio di non fumare, di non abbuffarci di zuccheri, di fare sport, di dormire bene, di evitare di vivere attaccati allo smartphone e via dicendo. Oltretutto siamo adulti e abbiamo raggiunto la maturità cerebrale, il nostro cervello dovrebbe funzionare in modo equilibrato e dovremmo essere mossi da un processo decisionale pertinente e un’adeguata gestione delle emozioni. Evidentemente sapere non basta, essere a conoscenza di ciò che si dovrebbe o non dovrebbe fare non è sufficiente per comportarsi in un modo piuttosto che in un altro. Bisogna saper fare e saper essere e quindi bisogna vivere, perché solo sperimentando se stessi, la propria autoefficacia, associando soddisfazione e sensazioni positive a determinati comportamenti, essi si possono trasformare nelle buone abitudini del bambino e quindi dell’adolescente e poi dell’adulto.

Invece oggi tendiamo a forzare tutto, a voler controllare tutto e a pressare i bambini, anche nello sviluppo, senza capire che il cervello non si può e non si deve sviluppare sotto pressione, non si possono forzare le tappe, non si può bombardare il bambino con stimolazioni di ogni tipo e genere; non si può provare appagamento forzando lo sviluppo, non imparerà l’attesa ma sarà solo una corsa, non sarà soddisfatto e vorrà sempre di più, sarà tutto “normale” e scontato e quindi senza valore, sostituibile o da trattare come un oggetto, persone comprese, e non acquisirà competenze importanti, come quelle emotive, fondamentali per la crescita e per lo sviluppo di capacità relazionali e sociali come l’empatia.

 

Se si vuole che un figlio cambi e acquisisca competenze emotive, morali e relazionali, non solo intellettive, si deve investire del tempo aiutandoli a vivere adeguatamente le emozioni e vivendole insieme a loro, per capire l’importanza della reciprocità. Ci si deve dimenticare il “tu devi” e il “tu non devi”. Sul momento dicono sì, perché comprendono, non hanno problemi di comprendonio, ma poi non immagazzinano, non diventa un loro schema comportamentale e quando la parte emotiva prenderà il sopravvento, cosa normale durante gli anni dello sviluppo per via di uno sbilanciamento in termini di maturità delle aree cerebrali, agiranno in preda agli impulsi e alle emozioni del momento.

In adolescenza, per esempio, le “paternali” e le “maternali”, per evitare che qualcuno dica che non abbiamo la parità di genere, in un certo senso “spengono” delle aree cerebrali. Quando gli adolescenti vivono le parole delle figure di riferimento come un attacco, si attiva quell’area cerebrale che innesca il sistema di attacco o fuga. Ecco anche perché spesso attaccano a loro volta e si arriva a litigare o si chiudono in stessi oppure nel loro luogo sicuro, che prima era la loro stanza e adesso sono le piattaforme digitali.

La crescita è una continua sperimentazione di se stessi e una sfida, anche per il genitore.

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