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La preadolescenza è l’età del “foglio rosa”. Cosa comporta e quali sono le differenze?

di Maura Manca, Psicologa

4 febbraio 2022

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La prima adolescenza è quella fase dello sviluppo che definisco “età del foglio rosa”, quella in cui c’è la possibilità di autorizzare un figlio a “guidare” un mezzo, ma con la condizione che ci sia un adulto accanto che monitora le sue azioni. È la fase in cui i ragazzi vorrebbero iniziare a guidare da soli, in cui pretendono la propria autonomia e libertà e più privacy anche quando navigano in rete, in cui vogliono condividere buona parte della loro vita con gli amici e alimentarsi degli innumerevoli contenuti che arrivano quotidianamente nelle loro Home page e che ricercano nelle varie piattaforme digitali. È una fase molto complessa da comprendere e gestire per un adulto perché da un lato non si vuole rischiare di far isolare il figlio perché mettergli troppi blocchi potrebbe avere ripercussioni sul rapporto con i pari, fondamentale in questa fascia di età. Dall’altra, invece, si vuole essere presenti e tutelarlo perché una mente preadolescente, da sola, non è in grado di contestualizzare e analizzare accuratamente specifici contenuti con i quali può entrare in contatto anche in maniera indiretta nei vari spazi online ed è potenzialmente condizionabile anche da ciò che vede e dalle persone di riferimento come gli amici e gli influencer per un discorso fisiologico legato alla maturità cerebrale ma anche di omologazione di pensiero associata a una ridotta abitudine a pensare e a prendere decisioni. Per queste ragioni è fondamentale il ruolo di filtro non solo dei genitori ma anche della scuola perché all’interno delle piattaforme online è possibile trovare qualsiasi tipo di contenuto e loro hanno bisogno di chi li aiuti a pensare e districarsi tra ciò che è falso, fuorviante e tendenzioso. Come usare il mezzo che hanno in mano, lo sanno meglio di noi adulti, hanno acquisito le competenze fin da piccoli ma non la consapevolezza, il senso delle proporzioni e le conseguenze più a lungo termine perché il loro cervello non è ancora maturo per svolgere autonomamente queste funzioni. Hanno bisogno di chi li affianca insegnandogli a pensare per imparare volta dopo volta a gestire le differenti situazioni a cui andranno incontro.

È necessaria dunque la presenza di adulti che possano essere una guida, che aiutino innanzitutto a filtrare i contenuti. È importante entrare nel loro mondo e confrontarsi con loro per capire cosa e come vedono i loro occhi, come la pensano, qual è la loro scala di valori, quanto sono condizionabili e influenzabili. Il lavoro che è importante fare è aiutarli a fare un’analisi dei messaggi che vengono veicolati attraverso i contenuti social e anche le serie in streaming di cui si nutrono che spesso si sottovalutano ma sono una fonte di “apprendimento” e confronto per loro. Se lasciamo i ragazzi soli a trovare un significato a questi contenuti, quando in realtà non sono ancora in grado di discernere e di valutare con un pensiero critico già sviluppato, rischiamo che percepiscano in maniera errata tanti messaggi e, soprattutto, si rischia di perdere l’occasione di utilizzarli positivamente con uno scopo educativo per trasmettere insegnamenti importanti.

Per aiutarli a fare questo processo è importante capire quali sono i contenuti che guardano, le persone che seguono, cosa ci trovano di interessante perché si deve comprendere cosa vedono i loro occhi, qual è la loro realtà. Lo si deve fare il più possibile senza giudizio e senza pregiudizio e anche quando si vede qualcosa che non si vuole vedere: prima di scattare, di dare subito un blocco si deve capire cosa rappresenta per lui. Dopo questa fase si deve procedere senza dare subito l’ordine di fare o non fare perché disattiva il processo di pensiero e attiva l’area di attacco e di fuga o di immobilismo e non impareranno la capacità critica e di valutazione delle singole situazioni. Sembra più facile intervenire con le imposizioni ma non porta alla comprensione, rinforza prettamente l’agire senza pensare. Se si attaccano si sale sul ring e si arriva al conflitto. Va soddisfatto il loro bisogno di importanza e di essere riconosciuti in quello che fanno e solo dopo va inserita la parte più razionale. Non si può partire direttamente con i comandi, si ottiene l’effetto contrario.

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