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Perché insegnare ai bambini il valore dell’accoglienza?

di Maura Manca, Psicologa

22 aprile 2022

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Quando parliamo di accoglienza parliamo di quel processo tale per cui si fa entrare nella propria vita, nel proprio spazio, un’altra persona e si lavora per garantire che stia bene e che si trovi bene. Accogliere significa integrare. La parola accoglienza deriva dal latino “ad collidere”, mettere insieme, cogliere, raccogliere, prendere le varie parti e legarle. Con la parola accoglienza si definisce quel processo che crea un ponte, un legame, una connessione. È un valore da trasmettere ai più piccoli che ha un impatto molto positivo, sia sul cervello di chi accoglie, che su quello di chi viene accolto, come dimostrano diversi studi scientifici che hanno coinvolto bambini adottati. C’è gratitudine, riconoscenza, piacere di fare una buona azione, vicinanza e quindi il rilascio anche di tante sostanze a livello cerebrale che fanno stare bene. Perché è un valore?

Dove c’è accoglienza, c’è un riconoscere anche le esigenze di un’altra persona, di chi ha bisogni differenti dai nostri e si trova a vivere una condizione diversa.  C’è quindi riconoscimento, accettazione e rispetto.

 

Accogliere significa dare un senso di integrità. I bambini che scappano dalla guerra o dalle catastrofi, che sono stati deprivati della loro quotidianità, hanno bisogno di ripristinare il senso di integrità che gli viene garantito dalla continuità del rapporto con i genitori, dalle attività che svolgono, dal luogo in cui vivono e con il quale si identificano. Quando si viene sradicati dalla propria dimensione di vita, dalla propria terra, dalle proprie origini, dalle proprie abitudini e si perde la continuità del rapporto 1con un genitore, ci si sente persi. Per questa ragione è importante dare a questi bambini continuità, un porto sicuro al quale attraccare per poter ripartire e affrontare quello che è successo.

 

Quando ci troviamo in una situazione estrema, la reazione immediata è quella di pensare a sopravvivere. Il problema può emergere successivamente quando si abbassano i livelli di pericolo e si realizza ciò che è accaduto realmente, per poi potersi riadattare ad una nuova condizione. È importante insegnare ai bambini ad accogliere l’altro e a leggere anche la realtà guardando da un’altra prospettiva, per calarsi maggiormente nella realtà di chi hanno di fronte.

 

Perché l’accoglienza vada a buon fine, è importante contestualizzare la loro situazione e guardare la loro prospettiva e chiedersi: “io, di cosa avrei bisogno?” Sicuramente di sentirmi al sicuro, a casa e non di sentirmi diverso. Avrei bisogno di ricreare una nuova normalità, quella che mi è stata sradicata dalla guerra. La guerra è già pesante di per sé, questi bambini non hanno bisogno di altre condizioni che possano generare tensione. È proprio quando si vivono condizioni estreme che c’è tanta voglia di rinascere, di ricostruire, di ripartire e di quotidianità. Hanno anche bisogno di scuola e hanno voglia di scuola, perché quando si va a scuola significa che va tutto bene. La scuola si salta quando si sta male per cui, per questi bambini, tornare dentro una classe, per quanto debbano fare un enorme sforzo adattivo, dovendo imparare una nuova lingua e dovendosi adattare ad una nuova modalità di fare scuola, è quello di cui hanno bisogno.  Hanno bisogno di riprendere a vivere e pensare che ce la possono fare. Il cervello non può stare sempre in uno stato di allerta e di preoccupazione.

 

La guerra crea un vuoto, porta via, toglie. Chi scappa dalla guerra ha bisogno di vivere una nuova condizione, di un pieno. Accogliere significa anche rendere l’altro partecipe della propria vita e avere il desiderio di conoscere chi si sta accogliendo. I bambini in questo sono molto sensibili e molto efficaci, grazie alla loro spontaneità. Bisogna affiancarli in questo processo e fargli vivere il piacere delle loro azioni.

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