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Adolescenti e alcool. Segnali positivi, ma non bisogna abbassare la guardia

di Maurizio Tucci, Presidente Laboratorio Adolescenza

22 novembre 2019

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Diffusi da pochi giorni i risultati dell’edizione 2019 dell’indagine “Adolescenti e Alcool”, realizzata da Laboratorio Adolescenza, Istituto di Ricerca IARD e Osservatorio Permanente Giovani ed Alcol, su un campione nazionale rappresentativo di 2000 studenti frequentanti la classe terza media (fascia di età 12-14 anni). L’indagine è un appuntamento biennale, avviato nel 2014 e arrivato alla terza edizione, che consente non solo di fotografare la situazione, ma anche di registrare le tendenze. E proprio da questo confronto storico emergono alcune novità positive: aumenta l’età del primo contatto (in ambiente familiare) con una bevanda alcolica, cresce la percentuale di chi non ne ha mai assaggiato una e diminuisce la frequenza con cui abitualmente si consumano alcolici. Una tendenza virtuosa che si era già intravista confrontando i dati del 2015 con quelli del 2017, ma che si è significativamente rafforzata nel 2019.

Famiglie più attente e adolescenti più consapevoli

Il risultato positivo – secondo Michele Contel, Segretario Generale dell’Osservatorio Permanente Giovani e Alcol – può farsi derivare in buona parte da un mutato atteggiamento da parte delle famiglie che appaiono più attente ad affrontare l’argomento alcol con i figli (ne parla spesso, in particolare con i maschi, il 17,5 %, mentre era il 13,6% a farlo nel 2017) e trasmettono un messaggio più “restrittivo” rispetto al passato. I genitori che dicono ai figli “Mai bere sostanze alcoliche a prescindere dall’età, perché fanno male” nell’indagine 2019 sono risultati essere il 32,3%, mentre erano il 29,5% 2017.

Così come è aumentata – passando da 33% del 2017 al 36,7% di oggi – la percentuale di genitori che dice ai figli “Mai bere sostanze alcoliche da bambini o adolescenti, perché fanno male” In sostanza inizia a farsi strada un atteggiamento per cui il bere – in età adolescenziale – viene percepito come non accettabile anche sotto il profilo culturale.

Ma appaiono più solide, rispetto al passato, anche le consapevolezze degli adolescenti rispetto all’alcol e al bere. Diminuisce, rispetto all’edizione 2017 dell’indagine, la percentuale di chi ritiene che “Se una persona sopporta bene l’alcool, significa che l’alcool non le fa male” (9,8% vs 13,3%) o quella di chi ritiene che Le bevande alcoliche allungate con acqua fanno meno male” (48,4% vs 55,9%). Inoltre, aumenta la consapevolezza del rischio nel mettersi alla guida dopo aver assunto anche quantità modeste di alcol (68,9% vs 61,6%).

Non abbassare la guardia

Le evidenze positive emerse dall’indagine non devono però fare abbassare la guardia, perché se l’esordio e il consumo abituale di bevande alcoliche in ambito familiare appare in riduzione, sul fronte dei comportamenti più a rischio (le “ubriacature”) non si registrano gli stessi evidenti segni di miglioramento. Se da un lato diminuisce leggermente percentuale di adolescenti che dichiara di avere avuto ripetute esperienze di ubriacatura (6,3% 2019 vs 7,1% 2017), dall’altro si registra un aumento (specie tra le femmine) della esperienza singola di ubriacatura (16% 2019 vs 13,7% 2017). Ciò conferma l’evidente influenza condizionante del gruppo dei pari, ammessa dagli stessi intervistati. Influenza che si manifesta maggiormente proprio sulle ragazze, evidentemente più condizionabili. Lo dimostra il fatto che le ragazze “bevitrici abituali” (ovvero coloro che hanno una abitudine costante a bere, sia pure moderatamente e in famiglia) sono decisamente meno rispetto ai maschi (nei 3 mesi precedenti il momento della somministrazione del questionario ha bevuto alcol, almeno settimanalmente, il 22,5% dei maschi contro il 16,5% delle femmine). Tuttavia se si considerano le “ubriacature” ripetute le percentuali si avvicinano molto (maschi 7,3%, femmine 5,5%) e, soprattutto, l’incremento, rispetto al passato, è maggiore per le ragazze. La spiegazione del fenomeno – secondo Carlo Buzzi, sociologo dell’Università di Trento e direttore scientifico dell’indagine – va ricercata sia nella maggior “pressione sociale” che viene esercitata dal gruppo dei pari sulle ragazze, sia nel desiderio delle stesse ragazze di imitare i comportamenti maschili per acquisire “popolarità”. D’altra parte sono le stesse ragazze che indicano, molto più dei maschi, “l’adeguarsi al gruppo” come la principale ragione del bere (57,5% contro il 46,8%).

Perché si beve

Tra le motivazioni da loro indicate, che spingono un adolescente a bere, perdono complessivamente peso, rispetto al passato, quelle di tipo “individuale” (dimenticare i problemi, sentirsi bene, vincere la noia) e aumentano – ancora una volta – quelle “sociali”: adeguarsi al gruppo (indicata come prima motivazione in assoluto), darsi delle arie, aprirsi agli altri.

Alcuni tra i motivi che spingono un/una adolescente a bere bevande alcoliche:

  2017 2019 totale 2019 maschi 2019 femmine
Adeguarsi al gruppo 48,9 52,1 46,8 57,5
Darsi delle arie 34,0 44,6 45,0 44,2
Dimenticare i problemi 44,6 38,2 34,7 41,8
Aprirsi agli altri 6,5 7,0 7,9 6,0
Sentirsi bene 8,7 6,6 6,2 6,9
Vincere la noia 6,5 6,5 8,0 4,9

Alla luce di questi dati e di queste tendenze, Alessandra Marazzani – psicologa e membro del Consiglio direttivo di Laboratorio Adolescenza – sottolinea, chiamando in causa le famiglie ed anche la scuola, come sia necessario rafforzare complessivamente la solidità psicologica e l’autostima degli adolescenti, per attrezzarli a difendere meglio la propria identità e resistere alle pressioni del gruppo”.

A questo si aggiunge – sostiene Gianluigi Marseglia, direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Pavia – la necessità di fare una forte azione di prevenzione, già a partire dall’età pediatrica, per informare correttamente sui danni che l’alcol può arrecare sia a breve, ma anche a lungo termine. Perché – come i focus group realizzati da Laboratorio Adolescenza confermano – a differenza di quanto avviene per il fumo, è molto bassa la consapevolezza degli adolescenti sui danni a lungo termine prodotti dall’alcol. Il “danno”, per loro, è generalmente associato al singolo episodio dello “star male” in caso di eccesso.

Differenze “geografiche”

Come si evidenzia da anni in molti altri ambiti di indagine, anche per quanto riguarda il consumo di alcol le tradizionali differenze “nord-sud” nei comportamenti e negli stili di vita degli adolescenti tendono sempre più ad assottigliarsi. Compaiono, invece, differenze tra contesti più integrati nei processi globali – propri delle aree metropolitane – e i centri dell’Italia minore. Gli adolescenti dei centri urbani sono complessivamente più consapevoli del rischio del bere precoce, forti anche di una maggiore attenzione delle loro famiglie. Nei centri più piccoli i ragazzi sono lasciati più spesso a se stessi, con più margine di esposizione al rischio.

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