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La dieta vegetariana tra miti e realtà

di Giovanni Corsello, Professore Ordinario di Pediatria

3 dicembre 2019

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Le diete vegetariane e vegane sono sempre più diffuse nella società odierna. Possono essere considerate un trend nutrizionale di moda, che si fonda però su radici e tradizioni antiche.

L’Accademia Americana di Nutrizione definisce la dieta vegetariana come una alimentazione priva di cibi a base di carne, pesce e frutti di mare. Ne esistono in effetti diverse varianti che includono diete latto-vegetariane, ovo-vegetariane e latto-ovo-vegetariane sulla base del consumo di latticini, di uova o di entrambi rispettivamente. La dieta vegana, che deve essere sempre distinta da quella vegetariana anche dal punto di vista nutrizionale, esclude tutti i cibi di origine animale, compreso il miele!

Dati epidemiologici internazionali stimano che il 20% circa della popolazione (1 persona su 5) segua un regime nutrizionale vegetariano o vegano. La grande popolarità di queste diete è legata al convincimento che possano proteggere dalle malattie croniche e garantire salute e longevità. Di contro, si attribuisce alla assunzione di carne e altri cibi di origine animale un aumento del rischio di malattie croniche e una minore sopravvivenza. Il 70% della popolazione attribuisce vantaggi nutrizionali e di salute ad una dieta vegetariana, a fronte del 40% di coloro che attribuiscono vantaggi ad una alimentazione che prevede l’assunzione anche di carne.

I vegetariani nella Storia

Il credito popolare delle diete vegetariane poggia su basi antiche e su tradizioni consolidate nei secoli. Sin dal periodo classico, filosofi greci e romani propugnavano diete vegetariane come viatico per garantire lunga vita e salute. Pitagora e i suoi seguaci della Magna Grecia nel 6° secolo a.c., Porfirio e Plotino nel 3° Secolo furono assertori delle diete vegetariane. Anche il buddismo e la tradizione nipponica alle sue origini dichiararono la superiorità di una dieta priva di alimenti animali, in rapporto a considerazioni filosofiche e religiose di stampo animistico. Molte dottrine erano infatti legate a credenze come la metempsicosi che prevedevano la reincarnazione dell’anima in specie diverse. Nell’evo moderno furono Leonardo da Vinci e Benjamin Franklin i più noti seguaci della dieta vegetariana. Sul finire del XIX secolo negli USA, John Harvey Kellogs propose una dieta vegetariana su larga scala per migliorare lo stato di salute della popolazione. Da lì partì una campagna sempre più estesa nel mondo industrializzato a favore delle diete vegetariane. Spesso le stesse campagne demonizzavano i cibi di origine animale e in particolar modo le carni rosse, dimenticando che l’evoluzione della specie umana è avvenuta anche in sintonia con l’avvio della alimentazione onnivora che caratterizza anche la nostra specie, in cui alla assunzione di vegetali e di cibi ricchi di fibre si associano alimenti di origine animale.

Il nostro organismo si è modificato dal punto di vista strutturale e anatomico e nel microbiota che popola il nostro intestino anche in rapporto alla variazione qualitativa dei cibi assunti nel corso della filogenesi. Reperti paleoantropologici di oltre 10.000 anni fa hanno dimostrato che alcune modifiche anatomiche del nostro organismo, peculiari dell’uomo, sono legate all’inizio del consumo di carne. Non si può escludere che anche i cambiamenti registratisi nell’encefalo e in altri apparati di homo sapiens sapiens siano stati indotti o siano almeno in parte correlati con le modifiche nutrizionali favorite da una alimentazione variegata che comprendeva anche proteine di origine animale.

La dieta vegetariana ai giorni nostri

Il problema della assunzione di alimenti di origine animale si pone oggi dal punto di vista delle quantità assunte. Le stime sul consumo medio di carne nella Grecia classica e nel periodo storico successivo sino al medioevo in Europa riferiscono un apporto variabile tra 5 e 10 Kg per persona per anno. Il consumo attuale nelle popolazioni del mondo occidentale è stimato dalle stesse fonti variabile tra 88 e 100 KG per persona e per anno, a testimonianza di un correlato aumento del rischio di patologie croniche da eccesso di calorie e di proteine, dal diabete alla sindrome metabolica, dalle patologie cardiovascolari a quelle tumorali.

La dieta vegetariana può contribuire a ridurre un consumo eccessivo di carne nella popolazione diffondendo la cultura e l’importanza del cibo di origine vegetale. Resta prioritario in questo senso ribadire le esigenze di equilibrio tra tutti i componenti alimentari, favorendo la varietà e la biodiversità degli alimenti assunti. E’ auspicabile sul piano nutrizionale  una dieta bilanciata a tutte le età e in tutte le popolazioni, con la presenza di fonti proteiche sia di origine animale che vegetale. Ciò vale soprattutto per alcune epoche della vita in cui si rende particolarmente importante garantire tutti i nutrienti e i micronutrienti decisivi per una crescita e uno sviluppo adeguati. Mi riferisco ai primi mille giorni dopo il concepimento, epoca in cui carenze o eccessi nutrizionali possono innescare nel bambino danni biologici permanenti, anche con meccanismi epigenetici, in parte emergenti in età e fasi delle vita successive sino all’età adulta. Danni e alterazioni che oggi sappiamo possono anche essere trasmessi alla prole e permanere per un numero variabile ma significativo di generazioni successive. Queste considerazioni sono utili anche per sottolineare l’importanza strategica di diete equilibrate come quella mediterranea, che integra cibi di origine vegetale e animale in modo sapiente e proporzionato, garantendo un apporto significativo di fibre e altri micronutrienti contenuti nei vegetali, riducendo l’apporto di grassi saturi a favore degli acidi grassi poliinsaturi contenuti in alimenti come il pesce o l’olio d’oliva. Non va sottaciuto infine che esistono alcune fasi particolarmente importanti in cui è necessario garantire il giusto apporto qualitativo e quantitativo dei macro e dei micronutrienti per evitare i problemi della malnutrizione e garantire una crescita e uno sviluppo regolari. Diete selettive nel bambino sono a rischio di carenze di alcuni micronutrienti quali la vitamina B12, il ferro e la vitamina D, elementi fondamentali per un processo di crescita di sviluppo armonico e adeguato.

Il ruolo del pediatra

In questo senso il pediatra deve poter svolgere il suo ruolo di sentinella e di sorveglianza per evitare che si inneschino danni biologici da carenza o da eccesso di nutrienti. Ruolo che va svolto in un contesto di network e di squadra, mettendo insieme la famiglia e le altre istituzioni come la scuola che hanno in carico lo svolgimento di attività di studio e ludiche che richiedono un attento bilancio alimentare e nutrizionale. Bambini ed adolescenti vanno seguiti per garantire che la loro dieta sia variegata, articolata in 5 pasti al giorno a partire dalla prima colazione, priva di cibi industriali sbilanciati per eccesso di grassi, calorie e proteine, evitando una assunzione eccessiva di zuccheri semplici e di sale aggiunto. Una sana alimentazione de essere in grado anche di contrastare la pericolosa tendenza, ormai segnalata da più parti, di una precoce e incontrollata assunzione di alcool durante l’adolescenza.

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