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I nostri figli apprendono meglio se la loro scuola diventa digitale?

di Alberto Pellai, Medico Psicoterapeuta dell'età evolutiva, Ricercatore, Dip. Scienze Biomediche dell'università degli Studi di Milano

8 gennaio 2020

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Alle tecnologie digitali si è guardato come a una delle leve principali per il miglioramento della scuola e dell’apprendimento dei nostri figli. Ma è proprio così?

Da poco è stato pubblicato uno dei più bei libri sull’argomento ad oggi disponibili, intitolato: “Digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio?”(Il Mulino ed.). Lo ha scritto, Marco Gui, ricercatore dell’Università degli Studi Bicocca di Milano. Da anni si occupa di “rivoluzione digitale” e dell’impatto che essa ha nei processi di apprendimento e nei percorsi di sviluppo dei nostri figli. Il ricercatore, partendo dalla domanda che apre l’articolo, ha provato a fornire risposte molto interessanti (e fondamentali per noi genitori) alla luce degli studi di ricerca disponibili ad oggi.

Tre sono i concetti fondamentali, tratti dalle pagine di questo libro, su cui è importante che noi genitori impariamo a riflettere:

1)      Aver integrato le tecnologie digitali nella didattica non ha comportato miglioramenti rilevanti nelle performance scolastiche dei nostri figli. A fronte di tutti i proclami a favore della digitalizzazione della scuola, il dato di fatTo è che la rivoluzione digitale non ha comportato un miglioramento del profitto degli studenti che ne sono stati coinvolti. Forse vale la pena di riflettere su questo punto. E’ probabile che il funzionamento mentale dei giovanissimi (almeno fino alla fine delle scuole medie inferiori/secondarie di primo grado) non tragga giovamenti dall’interazione costante con uno schermo e che le funzioni di apprendimento siano meglio supportate in ambienti reali e con libri reali. Le stesse operazioni di letto-scrittura eseguite in digitale ed eseguite con metodo carta/matita sembrano promuovere livelli di apprendimento molto differenti di cui dovremmo tenere conto, quando decidiamo di spostare tutto o molto nel virtuale (questo aspetto è affrontato in un ulteriore passaggio specifico dell’articolo di Gui). Questo, naturalmente, non vale nei casi in cui ci siano soggetti che hanno bisogni educativi speciali, nei confronti dei quali la tecnologia può fornire supporti di ineguagliabile efficacia. Ma in questo caso stiamo parlando di supporti che hanno finalità “aumentative” e quindi è un contesto differente rispetto a quello della normalità.

2)      Ciò che oggi serve di più ai nostri figli, e di cui anche la scuola si dovrebbe occupare, non è la digitalizzazione della didattica con l’introduzione delle nuovee tecnologie, bensì la promozione dello sviluppo di un uso consapevole dei media. Se a scuola si deve parlare di “media education”, l’urgenza non è dettata dal bisogno di integrare la presenza dei media nei processi di apprendimento e nei percorsi di vita degli studenti, bensì l’esatto contrario, ovvero limitare l’invadenza e la problematicità con cui i devices tecnologici pervadono e impattano l’esistenza di chi sta crescendo, che spesso si perde nel mondo virtuale e si allontana progressivamente dal principio di realtà.

3)      Non c’è alcuna evidenza che ci porti a pensare allo smartphone come ad uno strumento adatto a essere utilizzato con continuità nella didattica scolastica. Facciamocene una ragione. Tutti “tech-entusiasti” riflettano bene su questa evidenza.

Fino ad oggi, affermare queste cose ha comportato, da più parti, essere inseriti nel filone degli “apocalittici”. Ma la ricerca sembra confermare che i cosiddetti “apocalittici” sono in realtà persone molto consapevoli. Che in modo libero e con le loro competenze, stanno affermando che il cervello dei nostri figli, per promuovere appieno il proprio sviluppo e il miglior funzionamento mentale, necessita di molto allenamento nel mondo reale e non in quello virtuale.

Un principio su cui noi genitori dovremmo dedurre molte indicazioni educative. E di conseguenza, fare scelte coerenti per sostenere la crescita dei nostri figli nel modo migliore.

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