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I bambini non vanno ammaestrati o addestrati, ma educati anche attraverso la disciplina

di Maura Manca, Psicologa

28 settembre 2021

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La parola disciplina è spesso usata in modo improprio perché viene associata prettamente alla punizione, all’azione di bloccare o inibire un determinato comportamento. In realtà, non è proprio così. La disciplina non ha la funzione di “eliminare” una condotta che si reputa sbagliata, o non funzionale al benessere proprio o altrui per sostituirla con un altro comportamento. Il genitore non è un sergente, è una persona che deve insegnare, educare, non ammaestrare e addestrare.

Quando si parla di disciplina, infatti, si deve far riferimento a tutte quelle azioni mirate al dare degli insegnamenti. Scavando nell’etimologia della parola, troviamo la sua radice in “discipulus” ossia colui che riceve un insegnamento.

La disciplina, dunque, serve a dare strumenti che possano accompagnare la persona per tutta la vita. Quando un genitore deve insegnare la disciplina a un figlio, deve fare un lavoro CON lui, deve lavorare sui processi decisionali, di autoconsapevolezza e di pensiero. È importante, infatti, insegnare ai bambini a conoscersi e a conoscere le proprie emozioni, così che possano imparare a gestirle, e a conoscere i propri processi di pensiero, così che possano prendere le decisioni. Per questo motivo, non si deve scegliere e decidere al posto loro: magari si possono dar loro delle opzioni, delle opportunità, nei limiti ovviamente di quelle che sono le possibilità personali e familiari, però man mano devono imparare a prendere anche delle piccole decisioni in modo autonomo. Hanno bisogno di allenarsi in questo processo, perché altrimenti non potranno essere realmente autonomi da grandi. Un bambino che non sa pensare è un bambino che agisce d’impulso: dove non c’è pensiero, c’è azione impulsiva e dove non c’è processo decisionale, ci sarà qualcuno che prenderà le decisioni al suo posto, quindi sarà facilmente condizionabile.

Bisogna invece aiutare un figlio, attraverso un lavoro continuativo e costante, a sviluppare queste competenze, così che accrescano le connessioni cerebrali, alimentando la plasticità neuronale. È importante che nella crescita impari a fare delle valutazioni adeguate e che attivi un pensiero quando deve prendere delle decisioni, quindi che non sia in preda alle sue emozioni e ai suoi impulsi. Tante volte a bambini e ragazzi, anche mentre giocano, o ad esempio utilizzano i videogiochi, capita di perdere il controllo e di lasciarsi invadere dalle emozioni. Per poter imparare a gestirle, hanno bisogno di vivere e sperimentare, non di qualcuno che gli dica “devi fare questo, devi fare quello” col dito puntato. È importante che l’adulto si affianchi a loro e gli chieda “Cosa senti? Secondo te che emozione è? Potresti reagire in maniera diversa? Questo come ti fa sentire? A cosa ti porta, quali risultati ottieni? Se agissi in un altro modo, che cosa potresti ottenere?”.

Quando si parla di disciplina mentale si parla anche di autocontrollo e di tolleranza della frustrazione. Se i figli non le conoscono e non le riconoscono, saranno le emozioni a gestirli, perché i bambini e gli adolescenti non hanno ancora sviluppato l’autocontrollo, devono impararlo attraverso il lavoro e il confronto con l’adulto. È come una bilancia in cui loro si trovano posizionati su un piatto e noi sull’altro; dobbiamo controbilanciare i loro comportamenti e insegnarglielo in questo modo, per aiutarli ad uscire dal circuito azione-reazione. Bisogna, dunque, sintonizzarsi sul figlio, ma questo non significa essere accondiscendente, permettergli di fare tutto e non dargli dei confini. Per crescere hanno bisogno di regole e di contenimento. È importante però entrare in empatia con loro, sintonizzarsi sulle loro emozioni, su quello che provano, su ciò che pensano e conoscerli nei loro processi interni per essere una guida e aiutarli nello sviluppo di queste competenze, senza stare sempre lì al loro fianco per suggerire cosa fare e come fare qualcosa.

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