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Non è vero che non hanno nulla da dire, dobbiamo solo imparare il loro linguaggio interiore

di Maura Manca, Psicologa

29 dicembre 2021

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Quante volte ci lamentiamo del fatto che i ragazzi non parlano e non ascoltano le nostre domande? Altre volte, invece, rispondono solo a monosillabi, con frasi veloci, e ai nostri occhi potrebbero apparire disinteressati o non attenti a ciò che li riguarda direttamente e al mondo circostante.

Non facciamo l’errore di pensare che “non hanno nulla da dire”, “non vogliono parlare”, “non gliene importa nulla”. Non è così! Anche quando non lo chiedono apertamente o non riescono a dirlo a parole, hanno un mondo dentro che aspetta solo di uscire fuori al momento giusto.

“Con i ragazzi di prima, nel mese di ottobre, avevo ritagliato all’interno delle mie lezioni uno spazio per poter parlare delle emozioni che stavano vivendo nel passaggio dalla scuola primaria. È una fase di cambiamento importante per loro che porta con sé una serie di paure, ansie e preoccupazioni che dal mio punto di vista era importante tirare fuori. Dopo una primissima fase di imbarazzo iniziale, dopo che io stessa mi ero messa in gioco e avevo riportato la mia esperienza di quando avevo la loro età, si sono fatti coraggio e non si sono più fermati. Mani che si alzavano una dietro l’altra per condividere come si sentivano; è emerso un vero e proprio “mare di emozioni”. Ho pensato a quante volte si tende a passare oltre, fermandosi al loro silenzio, pensando che tanto non parleranno con noi, mentre magari aspettano soltanto che un adulto gli dia il tempo necessario per farlo”.

Non è vero che non hanno voglia di parlare, che non ascoltano mai o non hanno mai voglia di raccontare. Se gli si dà uno spazio e li si ascolta davvero, capiranno che possono esprimersi senza giudizio e riusciranno ad aprirsi e mostrarci quel mondo che hanno dentro e che a volte fa solo fatica ad essere rivelato.

Ascoltarli, affinché possano aprirsi e parlare con noi. Parlare con loro, con il loro linguaggio, affinché possano ascoltarci. 

Come genitori, può capitare di andare in ansia o reagire male ai momenti di silenzio o chiusura, e questo rischia di innalzare ancora di più il muro dell’incomprensione. Non possiamo pretendere di trovare un punto di incontro, però, se non ci sforziamo di vedere le cose dal loro punto di vista, se non riusciamo a rispettare anche i loro tempi, se non ci sforziamo noi adulti per primi di trovare quel piccolo escamotage che ci permette di fare breccia e aiutarli ad aprirsi e condividere i loro pensieri, le loro idee e le loro opinioni.

“Ascoltare significa esserci. Non basta sentire o essere fisicamente presenti, serve la presenza emotiva, in tutte le relazioni affettive. Ascoltare significa esserci, ed è ciò di cui ha bisogno un adolescente, perché essere ascoltati, per loro, significa essere visti, riconosciuti e compresi. Saper ascoltare è una dote che si può imparare e anche trasmettere. Non basta sentire o essere fisicamente presenti, serve la presenza emotiva e la perseveranza” (Dal mio libro Leggimi nel pensiero, edito da Mondadori).

Tante volte sono proprio le nostre parole, le nostre domande o le nostre reazioni a fare la differenza, a facilitare oppure ostacolare una connessione e una condivisione. Occorre sicuramente tanta pazienza, i genitori lo sanno bene, è necessario tollerare anche la frustrazione che si può sperimentare in tutte quelle occasioni in cui non riescono a parlare con noi. A volte sarà necessario lavorare anche sul nostro tono di voce, scegliere con più cura le parole che utilizziamo, resistere alla tentazione di dare soluzioni o consigli, scegliere un momento diverso della giornata per parlare con loro. Non sarà mai “tempo sprecato”: lo sentiranno, ne saranno felici e, al momento giusto, si apriranno.

L’obiettivo principale deve essere quello di creare un terreno fertile per il dialogo: hanno bisogno di sentire che c’è realmente uno spazio di ascolto e che ci sono adulti che vogliono davvero comprenderli e che sono disposti a provare, a vedere e a vivere ciò che sentono ricordandosi anche che sono stati bambini e adolescenti anche loro.

Ma io li posso capire, non perché sono un genio o un essere particolare, semplicemente perché in quel pozzo buio e nero ci ho vissuto parecchio e quindi so cosa si provi, so quale sia l’odore di freddo e umido che si respira” (Dal libro “Dillo al prof” di Sandro Marenco).

Questo è il primo passo per riuscire a trovare la chiave per instaurare conversazioni costruttive, senza cadere nel conflitto.

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